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domenica, aprile 24, 2011
giovedì, settembre 09, 2010
Bisogno di caffè
A volte faccio cose strane. Sarà l'estate o la stanchezza. O il semplice fatto che i neuroni si consumano e non vengono rimpiazzati.
Questa mattina mi sono proposto per offrire il caffè ad una collega. Si è rifiutata, ma me ne sono dimenticato ed ho preso la sua chiavetta come fosse la mia. L'ho caricata di monetine e l'ho intascata.
Quando mi ha chiesto la restituzione della chiavetta sono letteralmente caduto dalle nuvole.
Dopo la dovuta restituzione, ho inserito la mia chiavetta ... e non capivo perché ci fosse così poco credito.
Avevo certo bisogno di un possente caffè.
~
lunedì, agosto 23, 2010
Picchialo, picchia forte e senza paura
Mio padre è del '33. Come tutte le persone di quell'età è assalito da ricordi che emergono come rigurgiti nei momenti più inattesi.
Qualche tempo fa, cercando una canzoncina per mia figlia ha esordito con una allegra musichetta:
Mio padre aveva 12 anni nel '45, per cui non era abbastanza grande per capirne i risvolti, ma questa simpatica canzoncina deve averla sentita parecchie vole.
Nei giorni delle vacanze estive ho ripreso l'argomento cercando di estrarre qualche strofa in più. Ma la memoria non è venuta. In compenso la suocera, stimolata dalla canzoncina, ci ha regalato un ricordo che provo a riportare tal quale:
~
Qualche tempo fa, cercando una canzoncina per mia figlia ha esordito con una allegra musichetta:
«... si è un attimo fermato a pensare ... «No,» ha detto «questa non è bella per niente».
Picchialo, picchia forte e senza paura.
Picchia col grimaldello che la testa è dura.
Picchialo e picchia forte e senza pietà
Un incubo tremendo lo seppellirà ...
»
Mio padre aveva 12 anni nel '45, per cui non era abbastanza grande per capirne i risvolti, ma questa simpatica canzoncina deve averla sentita parecchie vole.
Nei giorni delle vacanze estive ho ripreso l'argomento cercando di estrarre qualche strofa in più. Ma la memoria non è venuta. In compenso la suocera, stimolata dalla canzoncina, ci ha regalato un ricordo che provo a riportare tal quale:
«Quando ero bambina giocavamo per strada e quando sentivamo questa canzoncina ci nascondevamo dove si riusciva, spesso sotto a cespugli ... e da sotto i cespugli si intravedevano stivali neri alti e lucidi. Ed era brutto perché non sapevi dove andavano ma a volte qualcuno spariva.Già, perché bisogna riconoscere che il fascismo era tempo di belle canzoncine e facili motivetti, ma erano anche tempi da lupi e quando le squadracce imperversavano non sapevi mai a chi sarebbe toccata.
Ricordo un conoscente che abbiamo sentito urlare fino in strada "Sono tuo cugino, non te lo ricordi?" e quello che rispondeva "Me ne frego" e picchiava, picchiava ancora.»
~
mercoledì, agosto 18, 2010
La vecchia cascina
Sono passato molte volte, ed ogni volta pensavo che avrei dovuto passare una volta con la macchina fotografica.
La cascina era male in arnese. Alcune finestre chiuse in qualche modo con lastre di metallo ondulato. Qualche finestra con tendine orlate di pizzo.
Un fienile diroccato con legato un grosso cane dall'aria tranquillamente minacciosa. Un grande cancello di ferro arrugginito all'ingresso.
Mattoncini rossi. Un orto. Alberi antichi, forse prugni.
Una parete del fienile era completamente ricoperta da un rampicante, forse vite americana, che si tingeva di rosso smagliante in autunno per sfumare nel marrone fino alla morte all'inizio dell'inverno e rinascere verde smagliante a primavera.
Lei trasudava poesia ed io ero perennemente in ritardo. Aspettavo l'autunno per dedicargli una visita con l'apparecchiatura fotografica. E pazienza se sul cancello c'era scritto "proprietà privata, vietato l'ingresso".
Due settimane fa hanno recintato l'area e cominciato ad accumulare macchine da lavoro.
La settimana scorsa, una mattina, non c'era più nulla. Né la casa. Né il fienile. Neppure il cane.
Adesso c'è un grande cartello in caratteri cubitali di diverse dimensioni:
«E se la tua nuova casa fosse qui?»Dall'altra parte della strada qualcuno ha scritto, sul muro dietro il quale nascerà (sigh) il centro commerciale più grande d'Europa:
«Dio muratore~
sottopagato»
mercoledì, agosto 11, 2010
La reggia dei girasoli
Eccomi!
Cosa ho fatto negli ultimi mesi in cui sono sparito dalla blogsfera dopo due anni di assidua militanza?
Sono stato travolto dalla vita.
L'anno scorso ci siamo impegnati a comprare una nuova casa senza aver venduto la nostra e, nel pieno di una crisi economica che ha colpito duramente il settore immobiliare, abbiamo faticato diciassette camicie per venirne a capo.
Abbiamo avuto la brutta ventura di incontrare professionisti avidi oltre che poco capaci, per cui abbiamo dovuto compensare con il nostro impegno in prima persona (ma questo potrebbe essere il tema di un post a parte). Alla fine siamo riusciti ad inanellare le cose in modo che tutto funzionasse … a costo di correre come matti l'ultimo mese per organizzare notaio, banca, ristrutturazione e trasloco. E documenti, e tasse e certificazioni. Tutto da soli, consumando ferie e fegato e sforzandoci costantemente per non far mancare ne' affetto ne' attenzioni ai nostri figli ed ai posti di lavoro da cui traiamo il reddito che ci consente tutto questo.
Finalmente il 15 di aprile 2010 siamo entrati nella nuova reggia dei girasoli. Con i muratori che ancora spaccavano e costruivano, spostando i calcinacci la sera per andare a letto e facendo colazione appoggiati su trabattelli di fortuna.
Abbiamo passato notti a pulire, smontare, rimontare mobili. Abbiamo prima riempito e poi svuotato quasi 200 scatoloni (beh, qualcuno è ancora per casa).
Abbiamo spremuto ogni risorsa economica disponibile per piastrelle, pavimenti, impianti elettrici, di riscaldamento e di condizionamento. Abbiamo trattato con fornitori ed impresa. Abbiamo comprato lampadari (rigorosamente dotati di lampadine a risparmio) che poi ho installato uno ad uno.
Ho fatto talmente tanti viaggi in discarica che ho quasi stretto amicizia con alcuni degli operai che la gestiscono.
E dopo tutto, … abbiamo scoperto che passare dall'appartamento alla casetta a schiera significa che c'è anche un fuori. Un fuori da usare e da curare. Un fuori da riparare, verniciare, coltivare. Ed eccomi che la sera, dopo aver sistemato la figliolanza, mi trovo a picconare, vangare e zappare.
Lo ammetto, mi sono appassionato dell'orto. Come un pensionato ho passato gli ultimi tre mesi a studiare e sperimentare la vita. Come Frankenstein, mi stupisco ancora a vedere la vita che esplode rigogliosa dalle attenzioni che mettiamo nel nostro infimo fazzoletto di terra.
Ho scoperto piante che non sapevo che esistessero. Ho scoperto la concimazione, le stagioni, la potatura, l'irrigazione, la semina la frustrazione per ciò che non sboccia e la raccolta dei frutti che generosamente la natura offre.
Ho scoperto i peperoni friggitelli, la favolosa crescita dei pomodori, le diverse varietà del peperoncino, le coste, la terribile resistenza del radicchio e l'assalto delle lumache alle insalate.
Insomma, lavorando entrambi, crescendo tre figli (di cui una tamagotchi di 20 mesi) abbiamo combattuto con una lista inesauribile di cose “fisiche” da fare; fino a che non è rimasto neppure uno scampolo di tempo per il mondo virtuale che abita nella grande rete (e nelle menti e nei cuori di chi la frequenta).
Questa sera sono solo. Come nella migliore tradizione la famiglia è in vacanza al lago ed io, dopo aver mangiato, mi trovo in compagnia di un mezzo bicchiere di ambrato ramandolo e scrivo queste righe per dimostrare a me stesso che ne sono ancora capace.
~
giovedì, dicembre 10, 2009
Entant che polsest
Finalmente in Trentino,
è tempo di piccole scoperte.
A Riva del Garda c'è un bar (che si chiama Rivabar, viva l'originalità), dove sabato prendiamo un aperitivo. Il locale è nuovo nuovo ed arredato in stile lounge. Il bancone, come il resto del locale, è coperto di legno scuro e disegna linee dritte e spigoli vivi che si spezzano in un inserto di vetro opalescente. L'inserto è luminoso e cambia lentamente colore scivolando dal verde al rosso, dal blu al giallo. La barista è una elegante ragazza dall'aria non giovanissima. Una lavagna alle sue spalle annuncia i vini della giornata. Schivando il Gewurtz Traminer e i tradizionali bianchi da aperitivo decido per l'unico rosso rimasto, il Ripasso di Valpolicella DOC di Tommasi, costa 4€ al calice, contro i 3€ degli altri. La moglie si ferma al classico pinot grigio ed i figli per un tè freddo alla pesca.
Il vino è di un bel colore rosso scuro con riflessi rubino. Lo rigiro nel bicchiere senza sapere cosa aspettarmi, perché si chiama "ripasso"? Con un colore così avrebbe potuto essere forte, aspro e tanninico. Ed invece trovo un sapore equilibrato, inaspettatamente morbido e vellutato, forse non profumatissimo ma nell'insieme sorprendentemente piacevole. Ne comprerò una bottiglia alla prima occasione.
Ieri abbiamo mangiato una polenta pallida. La mamma racconta che in Friuli, quando era piccola lei, si mangiava la polenta di farina di mais bianco, mentre il mais rosso veniva dato ai maiali. Grazie al web, scopro che, piano pianino, dopo aver rischiato l'estinzione, il mais bianco perla ricomincia a diffondersi in questi anni grazie anche all'emerito sforzo di associazioni come Slow Food. E pensare che non sapevo neppure che esistesse.
Il Troll ha un po' di mal di testa. Pazienza, la moglie gli rifila una pastiglia di paracetamolo e lo spedisce a letto.
Oggi, a pranzo, la mamma ci presenta la ciuiga. La CIUIGA di San Lorenzo in Banale è un insaccato composto di carne di maiale e rapa sminuzzata. Buona, si cucina facendola bollire in acqua e poi insaporire nella padella assieme crauti. Si può servire con la polenta o con un buon pane robusto. A quanto pare funziona anche contro il mal di testa dato che il Troll se ne abbuffa con leggera allegria.
~
è tempo di piccole scoperte.
A Riva del Garda c'è un bar (che si chiama Rivabar, viva l'originalità), dove sabato prendiamo un aperitivo. Il locale è nuovo nuovo ed arredato in stile lounge. Il bancone, come il resto del locale, è coperto di legno scuro e disegna linee dritte e spigoli vivi che si spezzano in un inserto di vetro opalescente. L'inserto è luminoso e cambia lentamente colore scivolando dal verde al rosso, dal blu al giallo. La barista è una elegante ragazza dall'aria non giovanissima. Una lavagna alle sue spalle annuncia i vini della giornata. Schivando il Gewurtz Traminer e i tradizionali bianchi da aperitivo decido per l'unico rosso rimasto, il Ripasso di Valpolicella DOC di Tommasi, costa 4€ al calice, contro i 3€ degli altri. La moglie si ferma al classico pinot grigio ed i figli per un tè freddo alla pesca.
Il vino è di un bel colore rosso scuro con riflessi rubino. Lo rigiro nel bicchiere senza sapere cosa aspettarmi, perché si chiama "ripasso"? Con un colore così avrebbe potuto essere forte, aspro e tanninico. Ed invece trovo un sapore equilibrato, inaspettatamente morbido e vellutato, forse non profumatissimo ma nell'insieme sorprendentemente piacevole. Ne comprerò una bottiglia alla prima occasione.
~
In cucina mio padre ha attaccato un ritaglio di una pubblicità risultato del possente marketing territoriale trentino. Al centro di un'immagine, che rappresenta una vallata dinnanzi alla Paganella, capeggia la scritta:«Entant che polsest,
spaca en poc de legna»
Il risultato di una filosofia di vita
(traduco per i non trentinofoni: intanto che riposi, spacca un po' di legna)
~
Ieri abbiamo mangiato una polenta pallida. La mamma racconta che in Friuli, quando era piccola lei, si mangiava la polenta di farina di mais bianco, mentre il mais rosso veniva dato ai maiali. Grazie al web, scopro che, piano pianino, dopo aver rischiato l'estinzione, il mais bianco perla ricomincia a diffondersi in questi anni grazie anche all'emerito sforzo di associazioni come Slow Food. E pensare che non sapevo neppure che esistesse.
~ Domenica ~
La Tamagotchi si è alzata allegra e offre sorrisi a tutti, e strilla e corre e si affanna a chiamare. Prende una cosa e la porta, poi cambia idea e non te la dà. Dice "tieni!" ma non molla e scappa via dondolando goffamente. Quando la prendo ride e sbuffa. La Principessa la prende in custodia e cerca di convincerla a giocare con i pupazzi.Il Troll ha un po' di mal di testa. Pazienza, la moglie gli rifila una pastiglia di paracetamolo e lo spedisce a letto.
Oggi, a pranzo, la mamma ci presenta la ciuiga. La CIUIGA di San Lorenzo in Banale è un insaccato composto di carne di maiale e rapa sminuzzata. Buona, si cucina facendola bollire in acqua e poi insaporire nella padella assieme crauti. Si può servire con la polenta o con un buon pane robusto. A quanto pare funziona anche contro il mal di testa dato che il Troll se ne abbuffa con leggera allegria.
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giovedì, dicembre 03, 2009
I casi della vita, la poesia e gli impegni a cambiare ...
La Tamagorchi, accanto a me, chiacchiera o canta cose incomprensibili -è entrata da poco nell'età della lallazione-, la Principessa ed il Troll in cucina fanno merenda.
La Principessa rosicchia pane con le olive, il Troll mangia yogurt bianco con abbondanti cucchiaini di marmellata, Lifegate alla radio suona musica blues.
Cerco di parlare di compiti con il Troll ma la Tamagotchi sbava, la pulisco con una velina, in dieci secondi cambia umore tre volte, passa dal fastidio del non essere considerata, alla protesta -non le piace venir pulita-, alla felicità di essere guardata e consolata da papà. La moglie, che è andata a portare una cosa allo zio- dovrebbe arrivare a minuti. Riprendo il discorso dei compiti e suona il telefono.
Mentre rispondo alla moglie la Principessa si arrabbia perché non riesce ad arrivare al barattolo della marmellata (per metterla sul pane con le olive?). Calmo la Principessa. Le avvicino il barattolo. Mi cade il telefono e cade la conversazione. Riprendo il discorso dei compiti e risuona il telefono (troppo semplice lasciarla cadere lì, no?).
Ogni tanto penso che non ho mai sopportato le situazioni in cui non è possibile esprimere una idea ed a volte neanche una frase per intero senza essere interrotti.
Mi sfilo dalla cucina per posare il telefono. Mi fermo. Rallento il cuore. Ascolto il mio respiro ed i miei battiti. Scivolo via un attimo con il blues.
Prendo dalla libreria della sala un libretto a caso e leggo:
Anni di giovinezza, vita di voluttà ...Me lo immagino, Kavafis, nella sua vecchiezza contemplativa di poeta; e ricordo me giovane, e i precari impegni a mutare «che duravano, al più, due settimane».
come ne scorgo chiaramente il senso.
Quanti rimorsi inutili, superflui ...
Ma il senso mi sfuggiva, allora.
Nella mia giovinezza scioperata
si formavano intenti di poesia,
si profilava l'ambito dell'arte.
Perciò così precari i miei rimorsi!
E gl'impegni di vincermi e mutare,
che duravano, al più, due settimane.
[Kavafis]
~
giovedì, novembre 26, 2009
Abemus dominio
Dopo tanto attendere e rimuginare e ripensare, dopo quasi 300 post in due anni di paziente scrittura e notti insonni, dopo aver faticosamente raggiunto le 1.000 visite al mese; ci siamo regalati un dominio tutto nostro:
P.S. Grazie ad una di quelle magie cui, ormai, il web ci ha abituati, i vecchi link a girasolimetropolitani.blogspot.com funzionano ancora.
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martedì, novembre 03, 2009
E se un palazzo si trasforma in casetta?
Oggi, mentre tornavamo a casa in bicicletta dopo essere stati prima in posta e poi a fare il pieno di latte crudo la Principessa mi ha chiesto «Papà, secondo te è possibile che un palazzo, quando non lo vede nessuno, si trasformi in una casetta?»
«Beh,» dico io «deve essere vuoto»
E lei «si, quando è vuoto e non lo vede nessuno. Poi si addormenta.»
«Ma, e se arriva qualcuno mentre dorme?»
«Vede una bella villetta», logico no?
Poi fingo di capire, «ed allora, ti immagini la faccia del tizio che è arrivato mente la casetta stava dormendo, poi di volta, si distrae, si rigira e vede un palazzone immenso?»
«Eh, già. Sai che buffo.»
~
«Beh,» dico io «deve essere vuoto»
E lei «si, quando è vuoto e non lo vede nessuno. Poi si addormenta.»
«Ma, e se arriva qualcuno mentre dorme?»
«Vede una bella villetta», logico no?
Poi fingo di capire, «ed allora, ti immagini la faccia del tizio che è arrivato mente la casetta stava dormendo, poi di volta, si distrae, si rigira e vede un palazzone immenso?»
«Eh, già. Sai che buffo.»
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martedì, settembre 22, 2009
Ginocchio, ginocchio
Domani, finalmente, mi operano il ginocchio. Sono in ansia perché sarò assente dall'ufficio per un mesetto e devo lasciar dette un sacco di cose e devo distribuire un po' di lavoro finché ci sono. Sono in ansia.
Ce l'ho un pigiama? Devo preparare la trus. Sarà il caso di fare la barba? Sono in ansia.
Leggo da ancaeginocchio.it:
La settimana prossima vi racconto come va.
A proposito, pedissequamente significa letteralmente "pedes sequor", cioè "io seguo i piedi" (di un altro ovviamente). Cioè, andare avanti non con la propria testa ma seguendo passivamente una tendenza, una persona, ecc. Chissà se si può fare con le stampelle :-)
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Ce l'ho un pigiama? Devo preparare la trus. Sarà il caso di fare la barba? Sono in ansia.
Leggo da ancaeginocchio.it:
Pazienti giovani o con esigenze sportive trovano nella chirurgia artroscopica ricostruttiva un trattamento specifico in grado di sostituire il legamento danneggiato con un innesto tendineo (prelevato in genere dallo stesso ginocchio, in particolare dal tendine rotuleo o dalla zampa d'oca). Sebbene i dati siano controversi, è ragionevole pensare che il trattamento chirurgico, ripristinando la "normalità" articolare, possa evitare una degenerazione artrosica precoce.Per quel po' che ho capito la ricostruzione dei legamento crociato anteriore funziona così:
- mi addormentano.
- tagliano la gamba sotto il ginocchio, per qualche centimetro in direzione della caviglia.
- sfilettano una parte di un lungo tendine detto "gracile"
- ricuciono
- "lavorano" le fibre estratte producendo una specie di treccia di filamenti tendinei
- entrano nel ginocchio in artroscopia lì dove dovrebbe passare il legamento e lo infilano dal basso all'alto.
- fissano il nuovo legamento alle estremità con alcuni "chiodi" di un cristallo bio-assorbibile (così non devono andare ad aprire per togliere chiodi o viti)
- tamponano i buchini
- mi svegliano e dopo qualche decina di minuti mi ri-mandano in stanza
- tre notti ancora di ricovero
- un mese circa di convalescenza. Camminando con due stampelle senza poter, presumibilmente, né piegare normalmente il ginocchio né, dicono, guidare.
- se faccio il bravo e seguo pedissequamente il programma di riabilitazione dovrei tornare a correre tra 6 mesi dall'intervento ... per aprile
La settimana prossima vi racconto come va.
A proposito, pedissequamente significa letteralmente "pedes sequor", cioè "io seguo i piedi" (di un altro ovviamente). Cioè, andare avanti non con la propria testa ma seguendo passivamente una tendenza, una persona, ecc. Chissà se si può fare con le stampelle :-)
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venerdì, settembre 11, 2009
Vita in città, finalmente
Mercoledì ore 18:30 ora di tornare a casa. E' una giornata tiepida e leggermente annuvolata. Inforco la bicicletta e mi accingo ad attraversare la città.
Di fronte al municipio, alla macchina che distribuisce il latte crudo ci sono due giovani signore che chiacchierano mentre aspettano il loro turno, tre bambini tra i due ed i cinque anni giocano e si spintonano. Un ragazzo riempie tre bottiglie di latte e due ragazzi stranieri (forse egiziani) discutono dello yogurt. Scampanello per avvertire i bambini e passo velocemente.
Percorro un corto viale pedonale che costeggia una associazione sportiva. Nei campi sportivi molti ragazzi si allenano abbigliati con pantaloncini neri e casacche fluorescenti arancioni e gialle. Alcuni genitori seduti sulle panchine osservare silenziosamente le performance dei giovani calciatori. Alcuni, a piccoli crocchi, commentano con fare saccente.
Ad una mamma scappa il bimbetto in bici e questo sembra faccia di tutto per tagliarmi la strada, pur senza guardarmi sembra seguire la mia esatta traiettoria. Freno, scampanello e aspetto che la ragazza recuperi il pargoletto. Ringrazio, sorrido e riparto.
Un anziano signore pedala con immenso sforzo, come se dovesse attraversare una chiesa in ginocchio, su una vecchia bicicletta grigia.
Dinnanzi alla piscina comunale tutte le panchine sono occupate da persone di varia età che sembra aspettino qualcuno. Nonostante non sia affatto caldo una bambina bionda si bagna i piedi nella fontana antistante sollevando altezzosamente le gonne con due dita.
Schivo un gruppo di quattro ragazzi tra i 13 ed i 14 anni che pedalano pigramente seduti su biciclette acrobatiche che probabilmente non sanno utilizzare. Con la coda dell'occhio ne osservo due che sembrano incredibilmente nerd, come solo i quattordicenni sanno essere, brufolosi e spettinati. Chissà con quanti ormoni stanno combattendo.
Ci vogliono due possenti scampanellate, quattro scusi, cinque grazie e sei buonasera per attraversare un gruppo di signore anziane armate ciascuna della propria badante moldava, ucraina o rumena.
Al successivo semaforo mi trovo con tre ciclisti a contendere lo spazio di sosta accanto al marciapiedi sulla destra, in modo da appoggiare il piede senza sollevarmi dal sellino.
... non era mai capitato prima!
Non era mai capitato prima ... ed, in effetti, 10 anni fa siamo approdati qui per fuggire dalla città e Segrate era poco più di un dormitorio. Nessuno a piedi ed ancor meno in bicicletta. Un deserto ad alta densità abitativa.
Sarà che sono un trentino testone ma questo vuoto così comune nella grande Milano -tolta pizza Duomo, Brera e Navigli- e hinterland mi è sempre parso strano e anomalo.
Le persone stavano in casa ed uscivano in macchina, percorrendo il tratto di strada fino al lavoro o l'ipermercato, chiusi in scatole di metallo su ruote. Poi risalivano nella stessa e si spostavano fino al successivo luogo chiuso (chiesa, scuola, piscina o bar) senza mai incontrarsi. Così capitava che non ci si conosceva tra vicini di pianerottolo, di condominio e men che meno di quartiere. Sempre tesi, incazzati, in coda.
Tantovale restare a lavorare qualche ora di più, avranno ragionato in molti, che sono ore che tolgo alla TV o all'ipermercato e, magari, guadagno qualche altro soldino che serve per fare il vero milanese ed andare in giro con l'immancabile anda:
Lavoro, guadagno.
Pago, pretendo.
Non so se siano i copiosi interventi urbanistici, che oltre ad aumentare la popolazione hanno costruito parchi e piste ciclabili che prima non c'erano.
Non so se sia la crisi economia che ha fatto desistere tante mamme dal lavoro ed ha creato una mancanza di prospettive di carriera ai mariti.
Non so se sia un allentamento della paura -di terroristi musulmani o violentatori rumeni- che attenagliava il cuore di chiunque provasse a mettere il naso fuori casa senza le lamiere dell'automobile, o una combinazione delle tre cose, ma ... finalmente sembra di vivere in un luogo abitato ... Evviva!
~
lunedì, marzo 09, 2009
MASSAGGIO
Un racconto di nulla,
solo per sentirmi un po' Proust
solo per sentirmi un po' Proust
Il sabato mattina cerco sempre di attardarmi un po' di più a letto, così, per cercare di recuperare alcune delle stanchezze che non si possono recuperare: le ansie, gli errori, le sere in cui non andresti più a letto perché quello notturno è l'unico spazio tuo che puoi permetterti.
La capo entra in camera sbattendo la porta, mi chiede di accendere la luce grande. Lo faccio e mi acceco. Mi spiega che il biberon è pronto e lei in ritardo. Indossa disordinatamente qualcosa ed esce. Hmmm, in stato di semicoscienza spengo la luce che mi acceca ed accendo la lampada da lettura sul comodino. Meglio.
La tamagotchi chiacchiera, da sola, nel suo lettino. Chissà cosa sta raccontando ai personaggi della giostrina appesa su di lei.
In cucina, con gli occhi ancora cisposi, trovo la magica bottiglietta.
Torno in camera, prendo la piccola e, tra uno sbadiglio e l'altro, le caccio in bocca la tettarella in silicone. Una buffa tecnologia permette di regolare il flusso del latte girando la tettarella in modo che le tacche che indicano la velocità del flusso guardino verso l'altro. Regolo su uno e, mentre lei succhia possentemente, ascolto i cartoni che il troll e la principessa guardano in salotto.
La schiena della piccola è bagnata, mi sa che questa volta il pannolino non è bastato. Quando il latte è vicino alla fine regolo il flusso sulla seconda tacca, e poi sulla terza, quando proprio ne manca solo poco.
Finita l'ultima goccia di latte me la appoggio sulla spalla e le do' qualche colpetto sulla schiena aspettando che si liberi dell'aria ingurgitata in eccesso durante il pasto.
Andiamo in camera, prendo tuta e body e, in bagno la spoglio. Il pannolino è pieno e, argh, sono finite le salviette. Vabbé, la pulisco con la carta igenica e la lavo nel lavandino, dopo aver aspettato che l'acqua fosse tiepida.
Rimessa sul fasciatoio la asciugo e, finalmente, la guardo negli occhi dove leggo che anche le si aspetta un ... massaggio.
Allora, ho visto in libreria testi che che insegnano il massaggio neonatale, o trovato su Internet fior di articoli che ne tessono le lodi per lo sviluppo emotivo, intellettivo, dell'autocoscienza, etc ... Ma, faccio di testa mia.
Parto dalle dita dei piedi, come volessi fare una disamina per vedere se c'è tutto, conto le ditine separandole e massaggiando la pianta del piede. Passo al piede. al tallone, al malleolo, alla caviglia -dove mi soffermo a provarne la mobilità-, il polpaccio grassoccio, il ginocchio appena accennato e le cosciette cellulitiche -buffo, non avrei mai pensato che la prima cosa che sviluppiamo dopo la nascita fosse la cellulite-. Il sedere e la coscia sembrano quelle di un lottatore di sumo in miniatura, con pieghe nella ciccia così profonde che si potrebbe nasconderci qualcosa.
Poi il ventre, gonfio di latte. Il petto e le spalle, lo sterno, il collo ed ancora le spalle, i bicipiti atrofici coperti di ciccia, i gomiti, i polsi ed, infine, le manine -di cui conto le dita per verificare che non ne manchi alcuna-.
Infine, la rivesto: pannolone, body e tutina. Le accarezzo la zucca pelata mentre le dico parole inutili ma dolci nel suono.
Ci vogliono 20 minuti in tutto. Ma garantisco che nelle tre ore successive -fino al prossimo ciclo di nanna, pappa, cambio- sarà la più placida, sorridente, serena e amabile neonata del mondo.
P.S. Sono convinto che funzionerebbe anche con la moglie, ma per tenerla ferma 10 minuti bisognerebbe incatenarla.
~
mercoledì, febbraio 18, 2009
Donare è anche ... regalarsi un giorno di vacanza
Si, lo so, abbiamo tutti molto da fare. L'azienda non può fare a meno di noi, l'ufficio piange, i progetti restano indietro e se deve avvenire una crisi, avverrà mentre siamo via.Eppure ... eppure oggi mi sono regalato un giorno di vacanza a spese della comunità. Era tanto tempo che volevo farlo ma non trovavo il tempo, non sapevo a chi rivolgermi, temevo lunghe code in laboratori analisi ed i soliti orari assurdi per cui l'ufficio apre alle 8 e alle 9 di mattina smettono i prelievi. E anche, sopratutto, prendere un giorno di ferie.
Oggi mi sono alzato al solito orario. Ho fatto la doccia. Ho allattato, cambiato e vestita la Tamagotchi. Mi sono vestito da weekend con pantaloni a quadretti, maglioncino nero senza camicia e scarponcini da montagna. Ho fatto abbondante colazione con la Principessa mentre cullavo la tamagotchi con un piede e poi le ho accompagnate rispettivamente all'asilo e dalla tata.
La moglie, che andava nella mia stessa direzione, mi ha accompagnato in macchina fino all'ospedale San Raffaele dove c'è un centro per la donazione del sangue.
Superato il -mai risolto- problema del parcheggio, mi avvio nella direzione indicatami dai cartelli con le frecce: settore Dibit2 piano R.
L'ospedale è una struttura eccellente e formidabile. Il fondatore don Luigi Maria Verzè è stato chiacchierato a tempi alterni per l'amicizia con Craxi, per aver ospitato mafiosi, per aver ricevuto fondi a destra ed a manca, per aver espanso l'ospedale a spese del vicino parco senza i debiti permessi, e, ultimamente, per l'energico sostegno a Silvio Berlusconi. Ma qualunque sia la storia del fondatore, la struttura -che è posseduta da una fondazione ONLUS- è un raro esempio di efficienza, cortesia, pulizia, ottima organizzazione e attenzione per le strutture come per le persone.
Al piano R, un impiegato mi riceve con un ampio sorriso, compila velocissimo alcune carte mentre mi chiede i dati anagrafici. Mi da un tagliando numerato, mi fornisce una scheda da compilare e mi fa accomodare in una sala d'attesa.
La sala è arredata con alcuni tavolini da bar, un bancone con la macchina del caffè ed un espositore per pacchetti di biscotti, acqua, cornetti e financo panini da scaldare nell'apposito fornetto; tutto a libero servizio.
Alcune persone dall'aria rilassata leggono il giornale, prendono il caffè, parlano discretamente al cellulare.
Una giovane dottoressa con camice bianco e allegre calze multicolor mi chiama in studio, mi sottopone una lunghissima sfilza di domande, mi vista e mi spiega quali sono i miei doveri: avvisare se si prendono medicine, astenersi dalla donazione se si adottano comportamenti a rischio o se si viaggia in paesi stranieri, etc...
La dottoressa è gentile e mi spiga che il protocollo prevede anche l'elettrocardiogramma, ma viste le generalmente buone condizioni di salute potrei portarglielo anche in seguito, se adesso ho fretta. Spiego che sono disponibile a farlo subito e lei produce la richiesta per la cardiologia. Mi spiega che gli esiti degli esami e delle analisi mi verranno recapitati a casa nei prossimi giorni.
Mi avvio per il reparto cardiologia che trovo affollato ma immancabilmente tinteggiato di fresco, ordinato e pulitissimo. In una delle sale di attesa c'è un tavolino apparecchiato con una tovaglia di plastica a colori vivaci dove un gruppo di bambini gioca con fogli e matite colorate.
Consegno il foglio della richiesta ad un infermiera ed in 10 minuti scarsi sono di nuovo al centro donazioni.
Mi fanno accomodare su una poltrona sollevabile e inclinabile, come quelle del dentista. L'infermiere trova la vena e mi attacca ad una macchina che preleverà esattamente 400g di sangue B positivo.
Il prelievo dura una decina di minuti al termine dei quali mi alzo senza l'ombra di un giramento. Mi fermo in sala d'attesa dove prendo un caffè ed un cornetto con la marmellata. Leggo il la prima pagina di un giornale seduto al tavolo con una giovane signora con luminosi occhi azzurri e qualche capello grigio. Andando via la saluto e mi pento di non averle rivolto la parola, dato che mi è sembrato che se lo aspettasse.
Un impiegata, uscendo, timbra il permessino per l'ufficio che, di fatto, mi costringe ad un giorno di riposo dal lavoro.
E' una splendida giornata di sole. Rinuncio all'autobus e affronto a piedi i due km che mi separano da casa, attraversando il Golfo Agricolo -uno dei pochi luoghi rimasti verdi in un territorio molto sfruttato negli ultimi anni-. Il vento solleva i capelli, il sole scalda il viso ed i pensieri fluiscono liberamente in uno dei pochi momenti veramente liberi di cui riesco a godere da mesi.
Mi fermo al bar sotto un portico che si affaccia su un parco. Mentre sorseggio un latte macchiato, resto mezz'ora a guardare alcuni bambini che giocano sorvegliati dai nonni. Mangio un'altra brioche -devo pur recuperare il mio quasi mezzo litro, no?- e mi avvio verso casa.
Sono le 11.00, affetto tre zucchine e due melanzane da fare ai ferri e scrivo questo post mentre aspetto che il Troll torni affamato dalle scuole medie. Durante il pomeriggio mi occuperò dei bimbi, mentre il Troll farà i compiti e la moglie potrà dedicare al lavoro l'intero pomeriggio.
Ho donato il sangue e mi sono regalato una pregevole giornata. Lo consiglio a tutti! ... e mi domando come ho fatto a non farlo fino ad ora.
P.S. E dire che, secondo Panorama, in Italia manca mezzo milione di donatori. Pazzesco.
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martedì, febbraio 10, 2009
Il mio testramento biologico
Ci sono cose di cui si parla con difficoltà. Un po' per scaramanzia, un po' perché quando siamo (relativamente) giovani ci sentiamo immortali, e non consideriamo mai la possibilità che avvenga qualcosa di veramente doloroso e spiacevole, e ancor meno consideriamo che avvenga a noi stessi. Oddio, sappiamo coscientemente che potrebbe avvenire in ogni momento, ma preferiamo disinteressarcene.
Ebbene, io ora voglio pensarci e dire la mia su me stesso e su ciò che vorrei venisse fatto se dovesse avvenire ciò che spero non avvenga mai. Potrebbe accadere che un giorno io non possa parlare, non possa capire, non possa nutrirmi con le mie mani e la mia bocca. E' solo una possibilità, ma potrebbe succedere. Potrei non vedere, il mio corpo potrebbe essere provato dall'immobilità e segnato dalle piaghe da decubito, piaghe dolorose che non si rimarginano mai. Potrei non essere in grado di alzare una mano o neanche un dito. Eppure il mio cuore potrebbe ancora, insistentemente, battere. Alzato, abbassato, vestito, lavato, nutrito con un sondino di plastica, qualcuno potrebbe dichiararmi ancora vivo. Insomma potrei essere vivo di una vita che non comunica, che non gode del sesso, non gode del parlare, non gode del correre ma neanche del camminare, né può godere dell'arte e, infine, neanche del pensiero.
Se tutto questo dovesse succedere, se i dottori dovessero diagnosticare uno stato di coma irreversibile, io vorrei non essere più e desidero che i miei organi siano donati finchè possono ancora essere d'aiuto a qualcuno.
Non mi interessa se un papa, un pope o un mullah -che per me pari sono- si mettono a gridare all'omicidio. Non sono stato molto generoso nella mia vita e non lo sarò più di tanto neanche alla fine, ma desidero almeno non essere oltremodo di peso ai miei cari ed alla società, ma piuttosto rendermi utile, per almeno quel poco che mi sarebbe possibile.
Non mi importa neanche dei giochetti politici di fazioni politiche in cerca di identità, e neppure di arrogati atei devoti -sempre che questa espressione significhi qualcosa- alla ricerca di obiettivi verso cui lanciare i propri strali e dimentichi di ogni carità.
Men che meno mi interessano le dotte dissertazioni sul fatto che togliere l'alimentazione forzata si possa o meno definire accanimento terapeutico, non mi interessa neanche il modo in cui la mia dipartita dovrebbe avvenire, purchè non sia troppo doloroso, vorrei morire. Anzi, se la medicina mi consentirà di fare un ultimo bel viaggio, desidero farlo, fino alla fine.
Il sacrificio che chiedo alle persone che mi vogliono bene -moglie, figli o amici- è di battersi, nella legalità e nei canoni della democrazia, perchè il mio testamento venga rispettato.
Questo testamento biologico è una versione 20090210, ogni versione successiva da me redatta è da ritenersi sostitutiva della presente.
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Ebbene, io ora voglio pensarci e dire la mia su me stesso e su ciò che vorrei venisse fatto se dovesse avvenire ciò che spero non avvenga mai. Potrebbe accadere che un giorno io non possa parlare, non possa capire, non possa nutrirmi con le mie mani e la mia bocca. E' solo una possibilità, ma potrebbe succedere. Potrei non vedere, il mio corpo potrebbe essere provato dall'immobilità e segnato dalle piaghe da decubito, piaghe dolorose che non si rimarginano mai. Potrei non essere in grado di alzare una mano o neanche un dito. Eppure il mio cuore potrebbe ancora, insistentemente, battere. Alzato, abbassato, vestito, lavato, nutrito con un sondino di plastica, qualcuno potrebbe dichiararmi ancora vivo. Insomma potrei essere vivo di una vita che non comunica, che non gode del sesso, non gode del parlare, non gode del correre ma neanche del camminare, né può godere dell'arte e, infine, neanche del pensiero.
Se tutto questo dovesse succedere, se i dottori dovessero diagnosticare uno stato di coma irreversibile, io vorrei non essere più e desidero che i miei organi siano donati finchè possono ancora essere d'aiuto a qualcuno.
Non mi interessa se un papa, un pope o un mullah -che per me pari sono- si mettono a gridare all'omicidio. Non sono stato molto generoso nella mia vita e non lo sarò più di tanto neanche alla fine, ma desidero almeno non essere oltremodo di peso ai miei cari ed alla società, ma piuttosto rendermi utile, per almeno quel poco che mi sarebbe possibile.
Non mi importa neanche dei giochetti politici di fazioni politiche in cerca di identità, e neppure di arrogati atei devoti -sempre che questa espressione significhi qualcosa- alla ricerca di obiettivi verso cui lanciare i propri strali e dimentichi di ogni carità.
Men che meno mi interessano le dotte dissertazioni sul fatto che togliere l'alimentazione forzata si possa o meno definire accanimento terapeutico, non mi interessa neanche il modo in cui la mia dipartita dovrebbe avvenire, purchè non sia troppo doloroso, vorrei morire. Anzi, se la medicina mi consentirà di fare un ultimo bel viaggio, desidero farlo, fino alla fine.
Il sacrificio che chiedo alle persone che mi vogliono bene -moglie, figli o amici- è di battersi, nella legalità e nei canoni della democrazia, perchè il mio testamento venga rispettato.
Questo testamento biologico è una versione 20090210, ogni versione successiva da me redatta è da ritenersi sostitutiva della presente.
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domenica, ottobre 05, 2008
Non poter correre
Sono entrati nel mio ginocchio, per togliere il menisco, due venerdì fa. Il menisco lo hanno lasciato perché sano, ma hanno tolto tutti i frammenti di legamento crociato che ingannavano la risonanza magnetica. Quando gli ho chiesto quando mi avrebbero ricostruito il legamento, mi hanno spiegato che si vive bene anche senza, e che, in fondo, ho passato i quarant'anni.
In un momento di ottimismo, il dottore mi ha consigliato di provare a fare una corsetta tra un paio di settimane.
Tornato a casa camminavo, aiutandomi appena con la stampella.
Giovedì ho fatto la visita di controllo ed il dottore, contento, mi ha consigliato di rinunciare a medicamenti e stampelle. Il giorno successivo mi si è gonfiato il ginocchio. Oggi cigola e duole e mi costringe ad appoggiarmi alla carrozzina del tamagotchi per camminare almeno un po'.
Da quando parlo del mio ginocchio ho scoperto che un sacco di persone che conosco hanno tolto menischi o ricostruito legamenti, praticamente tutti i miei coetanei o coetanee che praticano sport.
Molti mi dicono che gli interventi sono veloci e risolutivi, ma che non correrò più.
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In un momento di ottimismo, il dottore mi ha consigliato di provare a fare una corsetta tra un paio di settimane.
Tornato a casa camminavo, aiutandomi appena con la stampella.
Giovedì ho fatto la visita di controllo ed il dottore, contento, mi ha consigliato di rinunciare a medicamenti e stampelle. Il giorno successivo mi si è gonfiato il ginocchio. Oggi cigola e duole e mi costringe ad appoggiarmi alla carrozzina del tamagotchi per camminare almeno un po'.
Da quando parlo del mio ginocchio ho scoperto che un sacco di persone che conosco hanno tolto menischi o ricostruito legamenti, praticamente tutti i miei coetanei o coetanee che praticano sport.
Molti mi dicono che gli interventi sono veloci e risolutivi, ma che non correrò più.
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mercoledì, settembre 17, 2008
Polenta e radicchio
Mi ricordo che ero piccola e mingherlina. A cena, nella casa di famiglia dove viveva anche lo zio, c'era il solito pasto di polenta, radicchio ed un pezzo di formaggio a testa. Avevo circa 10 anni.
Gli uomini tornavano dai campi e dalla stalla, avevano piatti più pieni, un uovo ciascuno ed un bicchiere di vino.
Eravamo in 7 in famiglia e, come succede ogni tanto ad ogni ragazzina sentivo il bisogno di impormi, di attirare l'attenzione e, nonostante la fame ho dichiarato ad alta voce «Non ho fame» ed ho allontanato il piatto.
Mi mordevo le labbra aspettando che mi chiedessero cosa desideravo, se stavo bene, se desideravo un po' di carne o se preferivo pane e latte e latte tiepido.
Lo zio Daniele, persona di indole buonissima, mi rispose tranquillamente «Si. Fai bene» poi alzando gli occhi chiari dal piatto «ogni tanto ci vuole proprio un giorno di digiuno. Poi si va di corpo ed il giorno dopo la fame torna come sempre».
Nessuno replicò. Io non mangiai nonostante la fame nera e, successivamente, non provai più ad impormi a tavola.
Il racconto è Enny, di mia madre, slovegna (ho parlato degli slovegni in un mio precedente post). L'evento dovrebbe risalire più o meno al 1948~50.
Ho trovato il racconto interessante perché fornisce molti spunti sul nostro rapporto con il cibo ed i suoi significati simbolici, per arrivare fino ai figli, le loro richieste e le nostre risposte.
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martedì, settembre 09, 2008
Le scarpe scoppiano
In tanti anni di scuola e di lettura ci siamo fatti l'idea che i significati delle parole e le strutture delle frasi debbano essere così come vengono usate. Raramente ci domandiamo il perché di di una certa struttura sintattica o di una certa associazione tra sintassi (la forma delle parole scritte) e semantica (il significato delle stesse).
La vicinanza con i bambini ed un pizzico di curiosità ci possono portare a scoperte curiose ed interessanti.
Gaia (4 anni) mette diverse paia di scarpe in una scatola capiente. Come si addice ad una perfetta signorina, le scarpe sono appaiate e collocate su due strati ben ordinatati, separati da uno di quei panni che a volte si trova nelle confezioni di scarpe costose.
Con la contenuta pazienza di chi deve spiegare delle cose ovvie a chi non capisce, mi spiega che dovrebbe metterla nell'armadio ma che, visto che lo scaffale è oltre la sua portata, mi tocca proprio di aiutarla.
Mentre sollevo la scatola mi avverte che vanno trattate con cura perché potrebbero scoppiare.
Hmmm, scoppiare?
Beh, sì, scoppiarsi, cioè rompere le coppie. Ovvio, no?
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lunedì, settembre 08, 2008
domenica, settembre 07, 2008
Il giorno prima
Ma che penseranno lettrici e lettori se pubblico un post così personale? Voglio solo condividere con voi un po' delle ansie, delle aspettative e delle gioie di un papà. E poi, accidenti, è pur sempre il mio diario, no?
Oggi, in ospedale ho avuto occasione di parlare con un giovane papà alla prima figlia. Mi ha confessato le sue comprensibili preoccupazioni ma, più di tutto mi ha colpito con una frase che anch'io ebbi modo di usare più di una volta: «è la cosa più emozionante che possa capitare nella vita».
Siete liberi di non crederci, ma è proprio così.
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sabato, agosto 30, 2008
100 post!

100 Post!
Ho aperto il blog nel marzo 2006 per sfogare un'arrabbiatura, scrivendo la mia critica alla legge di iniziativa popolare per una buona scuola e l'ho lasciato a macerare, senza altro aggiungere, per quasi due anni.
Alla fine del 2007 ho annotato «La Storia in P» più per non perderne memoria che per renderla pubblica, e da lì, tra alti e bassi è lentamente diventata una febbre, una specie di costante per cui se per un paio di giorni non scrivo qualcosa, mi sento subito in colpa.
Da quando ho attivato le Google Analytics, intrattengo un rapporto erotico con le statistiche degli accessi: qualcuno legge? perché non legge? accidenti, ho pubblicato una scemenza e molti vengono a leggerla, perché? Quell'altro post mi ha richiesto tre nottate passate a documentarmi e non se lo è filato nessuno. Grrr.
Roso dai dubbi, prendo dalla definizione di blog su Wikipedia: «In informatica, e più propriamente nel gergo di Internet, un blog è un diario in rete.
Il termine blog è la contrazione di web-log, ovvero "traccia su rete". Il fenomeno ha iniziato a prendere piede nel 1997 in America; (...) Nel 2001 è divenuto di moda anche in Italia, con la nascita dei primi servizi gratuiti dedicati alla gestione di blog. (...)»
Ma la vera domanda forse non è nel cosa o nel perché, è nel chi.
Chi è un blogger?
Ognuno può trovare la sua personale risposta. Potrebbe essere una persona che necessita di sfogare il proprio egocentrismo, ed in effetti forse questa è una parte della verità. Potrebbe essere una persona dipendente dal piacere dell'erotico esibizionismo. Potrebbe essere qualcuno che cela un malcompreso senso di modernità. Potrebbe essere qualcuno spinto dalla necessità di comunicare con amici e parenti lontani, per non perdere quel senso di comunione che inevitabilmente è provocato dalla mancanza di informazioni, indotta dalla lontananza.La mia personale definizione è «Un blogger è una persona che si sveglia la mattina domandandosi cose pubblicherà quella notte».
Auguri!
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