Visualizzazione post con etichetta immigrazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta immigrazione. Mostra tutti i post

giovedì, novembre 05, 2009

Rapporto Caritas su immigrati e reati: è falsa l'emergenza criminalità

La notizia è vecchiotta, ma mi è ricapitata in mano mentre mettevo a posto la collezione di ritagli di giornale.
Da La Repubblica — 07 ottobre 2009   pagina 10
Immigrati e reati, rapporto Caritas. È falsa l' emergenza criminalità

ROMA - Immigrati uguale criminali? Falso: è sbagliato quanto pensano 6 italiani su 10, secondo i quali gli immigrati sarebbero portatori di insicurezza. Il tasso di criminalità degli immigrati infatti in Italia è solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l' 1,23% e l' 1,4%, contro lo 0,75%) e addirittura è inferiore tra le persone oltre i 40 anni. È quanto emerge dalla ricerca della Caritas-Migrantes e dell'Agenzia Redattore sociale. Il coinvolgimento degli immigrati nei reati, inoltre, riguarda la condizione di irregolarità: tra il 70% e l' 80% degli stranieri denunciati, infatti, è irregolare. Insomma, la delinquenza cresce nella clandestinità. E ancora: il reato commesso da 4 stranieri su 5 (87,2%) ha a che vedere con la violazione della legge sull'immigrazione. In generale, dunque, non esisterebbe alcun legame fra l' aumento degli immigrati regolari e l' aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, mentre gli stranieri sono aumentati di oltre il 100%, le denunce nei loro confronti sono cresciute solo del 45,9%. «È esagerato sostiene Franco Pittau, coordinatore del dossier CaritasMigrantes - insistere sull'emergenza criminalità, sono affermazioni da cui gli italiani escono male». Ed è falso conclude la ricerca - dire che il tasso di criminalità degli immigrati è di 5-6 volte superiore a quello degli italiani. -
... se ci fosse ancora la necessità di dirlo.
~

sabato, ottobre 03, 2009

Cosa sono i respingimenti e perchè funzionano



I "respingimenti" funzionano così: le nostre navi militari cercano di individuare le bagnarole dei migranti che arrivano dalla Libia prima che queste entrino nelle nostre acque territoriali (dove dovremmo dare rifugio politico a chi ne ha diritto) e le riaccompagnano in Libia.
La libia le "accoglie" in forza di un trattato internazionale che il governo italiano ha firmato con la dittatura libica, che prevede aiuti e soldi in cambio di una manina a fermare il flusso dei migranti.

Potrebbe apparire un ragionamento sensato ...

E invece i pochi giornalisti che hanno voluto affrontare l'argomento meglio del TG1 -e basterebbe così poco- pubblicano articoli come questi:
  1. "Li avete mandati al massacro in quei lager stupri e torture"
  2. Dalla prigione l'appello dei dannati "Ci trattano come bestie, salvateci"
Le testimonianze potrebbero essere racconti inventati da qualcuno disposto a tutto pur di ottenere lo status di rifugiato ... o forse no.

I migranti, uomini e donne, raccontano che in Libia la polizia del regime li sottopone alla fame, al freddo ed al caldo estremi. Raccontano di essere stati sistematicamente torturati e stuprati senza differenza tra maschi e femmine. La polizia del regime raccoglie i migranti in container (pare forniti dall'Italia) dove stanno ammassati al buio in pessime condizioni igeniche, senza poter parlare con nessuno, né giudici né tantomeno avvocati. Senza alcun diritto.

Beh, certo, funziona. I migranti hanno terrore di essere "respinti" in Libia e questo fa diminuire il numero di migranti che rischiano la traversata maledetta. Da qui Maroni che brinda ad una riduzione del 94% degli sbarchi di clandestini (vedi: Maroni tira dritto).

Ma, se solo il 10% di quello che raccontano i sopravvissuti è vero, allora facciamo schifo abbastanza da meritarci di essere trattati alla stessa stregua alla prima occasione ... e meritiamo già adesso la vergogna di essere italiani.
~

venerdì, settembre 18, 2009

JFK: Io sono un immigrato


Per parlare del presente, a volte, è necessario parlare del passato. Per affrontare un argomento che continua a destare in me vergogna di essere italiano, mi appoggio su un possente articolo firmato dal più celebre ed innovativo dei presidenti americani.

Nell'articolo -tratto da La nuova frontiera, pamphlet del 1957 pubblicato in Italia da Donzelli- Kennedy traccia la storia degli Stati Uniti d'America come la storia di una nazione popolata di immigrati, per la maggior parte poveri e fuggiaschi, che ha fatto leva proprio sulla straordinaria motivazione e creatività di queste persone in fuga per diventare la più straordinaria economia, potenza militare e bacino intellettuale del 20° secolo.

JOHN FITZGERALD KENNEDY
Io sono un immigrato
da Repubblica — 30 agosto 2009   pagina 35   sezione: ALTRO.

Non resisto alla tentazione e ne riporto ampi stralci con qualche sottolineatura (consiglio di leggere almeno citazione riguardo agli italiani).
« (...) In poco più di 350 anni, si è sviluppata una nazione di quasi 200 milioni di abitanti, popolata per la quasi totalità da individui provenienti da altre nazioni o i cui antenati erano emigrati da altri paesi.
(...)
Per conoscere l'America, dunque, è necessario comprendere questa rivoluzione sociale squisitamente americana. È necessario capire perché più di 42 milioni di persone hanno rinunciato a una vita consolidata per ricominciare da zero in un paese straniero. Dobbiamo capire in che modo essi andarono incontro a questo paese e in che modo questo paese andò incontro a loro e, cosa ancor più importante, dobbiamo capire cosa implica tutto ciò per il nostro presente e per il nostro futuro.
(...)
Non vi è nulla di più straordinario della decisione di emigrare, nulla di più straordinario della ridda di emozioni e pensieri che inducono infine una famiglia a dire addio ai vecchi legami e ai luoghi familiari,a solcare le scure acque dell'oceano per approdare in una terra straniera. Oggi, in un' epoca in cui grazie ai mezzi di comunicazione di massa a un capo del mondo si sa tutto ciò che accade nell'altro, è difficile capire come la povertà o la tirannia possa spingere una persona a lasciare il proprio paese per un altro. Ma secoli fa l'emigrazione era un salto nel buio, era un investimento intellettuale ed emotivo enorme. Le forze che indussero i nostri antenati a quella decisione estrema - lasciare la propria casa e intraprendere un' avventura gravida di incognite, rischi e immense difficoltà- dovevano essere soverchianti.
(...)
Per molti contadini era la prima volta che si allontanavano da casa, che uscivano dalla sicurezza di piccoli villaggi in cui avevano passato tutta la vita. Ora avrebbero dovuto imparare a trattare con persone completamente diverse. Si sarebbero scontrati con problemi a cui non erano avvezzi, avrebbero imparato a comprendere costumi e linguaggi stranieri, si sarebbero industriati per affermarsi in un ambiente oltremodo ostile.
Come prima cosa, dovevano mettere da parte il denaro necessario per il viaggio. Dopodiché salutavano i loro cari e gli amici, consapevoli che con ogni probabilità non li avrebbero mai più rivisti. Quindi cominciava il viaggio che dai villaggi li avrebbe condotti ai porti di imbarco. Alcuni si spostavano a piedi; i più fortunati trasportavano i loro pochi averi su carretti che poi rivendevano prima di imbarcarsi. In certi casi facevano tappa durante il viaggio lavorando nei campi per mangiare. Prima ancora di riuscire a raggiungere i porti erano esposti alle malattie, agli incidenti, alle intemperie e alla neve, e attaccati anche dai banditi.
Una volta giunti al porto, spesso dovevano attendere giorni, settimane, talvolta mesi prima di imbarcarsi, contrattando con i capitani e gli agenti il costo della traversata. Nell'attesa, vivevano ammassati in stamberghe a poco prezzo a ridosso dei moli, dormendo sulla paglia in stanzette buie, a volte in quaranta in uno spazio di tre metri per quattro.
Fino alla metà del Diciannovesimo secolo gli immigranti viaggiavano a bordo di navi a vela. In media la traversata da Liverpool a New York durava quaranta giorni, ma all'epoca qualsiasi previsione era azzardata, poiché la nave era esposta ai venti e alle maree, le tecniche di navigazione primitive, l'equipaggio inesperto e la rotta soggetta ai capricci del capitano.
Per le imbarcazioni di allora, non così massicce, trecento tonnellate costituivano una buona stazza, e tutte erano stipate di passeggeri, dai quattrocento ai mille, in ogni angolo. Il mondo degli immigranti a bordo della nave si riduceva alla stiva, lo spazio ristretto sottostante il ponte, generalmente lungo trenta metri e largo sette. Su molte navi le persone alte più di un metro e settanta non potevano neanche stare in piedi. Lì vivevano giorno e notte, ricevevano la razione quotidiana di acqua con l'aggiunta di aceto e tentavano di sopravvivere con le provviste che si erano portate per il viaggio. Quando i viveri finivano, si ritrovavano spesso alla mercé dei metodi usurai dei capitani.
Se ne stavano assiepati in cuccette anguste e dure, dove quando venivano aperti i boccaporti si gelava e si soffocava dal caldo quando erano chiusi. L'unica fonte di luce proveniva da una fioca lanterna pencolante. Il giorno e la notte erano indistinguibili, ma i passeggeri imparavano a riconoscere gli infidi venti e i flutti, lo zampettio dei topi e il tonfo dei cadaveri gettati in mare. Le malattie -colera, febbre gialla, vaiolo e dissenteria- facevano strage: uno su dieci non riusciva a sopravvivere alla traversata. Nei paesi che avevano lasciato, gli immigrati in genere avevano un lavoro stabile. Portavano avanti l'attività artigianale o commerciale dei loro padri, coltivavano la terra di famiglia o il piccolo appezzamento ereditato in seguito alla spartizione con i fratelli. (...)
Una volta rotto con il passato, a parte i legami affettivi e l'eredità culturale, dovevano fare affidamento esclusivamente sulle proprie capacità. Erano obbligati a volgere lo sguardo al futuro, non al passato. (...) E se non fossero riusciti a realizzare il sogno per se stessi, potevano sempre serbarlo per i loro figli. È stata questa l'origine dell'inventiva e dell'ingegno americani, delle tante e nuove imprese e della capacità di raggiungere il tenore di vita più elevato del mondo. (...)
Sul finire del Diciannovesimo secolo l'emigrazione verso l'America subì un cambiamento notevole. Cominciarono infatti ad arrivare, in gran numero, italiani, russi, polacchi, cechi, ungheresi, rumeni, bulgari, austriaci e greci, creando nuovi problemi e dando origine a nuove tensioni. Per loro la barriera linguistica era ancor più insormontabile di quanto non fosse stato per i gruppi che li avevano preceduti, cosicché lo scarto tra il mondo che si erano lasciati alle spalle e quello in cui erano approdati si approfondì.
Si trattava per la gran parte di gente di campagna, costretta però all'arrivo in America a stabilirsi nella maggioranza dei casi nelle città. Già nel 1910 in molte città esistevano delle "Little Italy" o "Little Poland" dai confini ben definiti. Stando al censimento del 1960, abitavano più persone di origini o di genitori italiani a New York che non a Roma.
La storia delle città dimostra che quando vi è sovraffollamento, quando la gente è povera e le condizioni di vita sono pessime, le tensioni si inaspriscono. È un sistema che si autoalimenta: la povertà e la delinquenza all'interno di un gruppo generano paura e ostilità negli altri; ciò, a sua volta, impedisce che il primo gruppo venga accettato e ne ostacola il progresso, protraendone così la condizione di arretratezza. Fu in questa penosa situazione che si ritrovarono molti immigrati provenienti dall'Europa meridionale e orientale, così com'era accaduto ad alcuni gruppi delle prime ondate migratorie.

Un giornale di New York riservò ai nuovi arrivati italiani parole impietose: «Le cateratte sono aperte. Le sbarre abbassate. Le porte sono incustodite. La diga è stata spazzata via. La fogna è sturata (...). La feccia dell'immigrazione si sta riversando sulle nostre coste. Dai serbatoi di melma del Continente la marmaglia di terza classe viene travasata nel nostro paese».
(...)
Le leggi sull'immigrazione dovrebbero essere generose, dovrebbero essere eque, dovrebbero essere flessibili. Con leggi siffatte potremo guardare al mondo, e al nostro passato, con le mani pulite e la coscienza tranquilla. Una tale politica non sarebbe che una conferma dei nostri antichi principi. Esprimerebbe la nostra adesione alle parole di George Washington: «Il grembo dell'America è pronto ad accogliere non solo lo straniero ricco e rispettabile, ma anche gli oppressi e i perseguitati di ogni nazione e religione; a costoro dovremmo garantire la partecipazione ai nostri diritti e privilegi, se con la loro moralità e condotta decorosa si mostrano degni di goderne».

Strappati alla loro vecchia vita, (...) Sbarcavano nel nuovo paese stremati dalla mancanza di riposo, dalla cattiva alimentazione, dalla reclusione, gravati dalla fatica di adeguarsi alle nuove condizioni di vita. Ma non potevano fermarsi per recuperare le forze. Non avevano scorte di cibo né denaro, quindi erano costretti a proseguire il cammino finché non trovavano un lavoro.
(...) Probabilmente le motivazioni per venire in America erano tante quante le persone che arrivarono qui: si trattava di una decisione del tutto personale. Tuttavia si può dire che tre grandi spinte -persecuzione religiosa, oppressione politica e difficoltà economiche- costituirono le ragioni principali delle migrazioni di massa nel nostro paese. Questi uomini rispondevano, a modo loro, alla promessa sancita dalla Dichiarazione di indipendenza di garantire il diritto «alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità»

Traduzione di Marianna Matullo © Donzelli Editore 2009
Possibile che noi non si possa mai imparare dalle esperienze degli altri?

Per approfondire la storia degli italiani in America, ho trovato un lunghissimo articolo Italian Americans (in inglese) da cui ho preso la foto della famiglia italiana ad Ellis Island.
~

giovedì, gennaio 29, 2009

bisogna aiutarli a casa loro

Roberto Cota (il megafono alla moda della Lega Nord) questa sera ad Anno Zero, riferendosi agli immigrati, ha ripetuto una affermazione sentita 10 o 15 anni fa e poi scomparsa:
«Non possiamo accoglierli tutti, bisogna aiutarli a casa loro»
Oh, veramente, dopo che la sua maggioranza ha massacrato il bilancio degli aiuti per lo sviluppo, dice che bisogna aiutarli a casa loro! Mica scherzi.

Cioè, il motto aiutarli a casa loro sembra anche sensato -dico sembra-, ma chissà perché gli unici aiuti a paesi poveri che sono aumentati negli ultimi anni sono quelli trasportati dai caccia-bombardieri, mentre gli aiuti economici, gli accordi commerciali di favore e la lotta allo sfruttamento non hanno fatto altro che diminuire.
La realtà (che può piacere a meno) è che:
  1. gli immigrati non vogliono aiuti, vogliono -nella stragrande maggioranza- lavorare e guadagnarsi la loro fetta di benessere
  2. la natalità italiana è sotto il tasso di sostituzione, per cui abbiamo un disperato bisogno di immigrati; e visto che gli svizzeri sono pochi e nelle stesse nostre condizioni, non ci resta che accogliere persone dal sud del mondo
  3. dato che richiesta ed offerta ci sono, gli immigrati irregolari aumentano se le possibilità di immigrare legalmente diminuiscono
  4. più importante di tutto: le persone dal sud del mondo sono persone come noi che hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato; per cui non possiamo che trattarli con lo stesso rispetto di chiunque altro
Li stiamo aiutando a casa loro? Lo abbiamo mai fatto? Lo faremo mai? Se si, in che modo?
~

Mi sento fortunato