Visualizzazione post con etichetta citazioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta citazioni. Mostra tutti i post

mercoledì, gennaio 30, 2019

Motto del 2019

«Comincia dove sei. 
Usa quello che hai. 
Fai del tuo meglio.»
Arthur Ashe

Ebbene sì, anche quest'anno mi sono imposto il rituale di cercare un motto che io possa ripetere a me stesso per ricordarmi la retta via che non devo mai lasciare.

Nella notte di capodanno, tra i fumi alcolici e i festeggiamenti ne ho prodotti diversi che, una volta passato l'entusiasmo della confusione dei sensi mi sono tutti sembrati scialbi e insignificanti.

L'illuminazione l'ho avuta scorrendo un elenco di post su Twitter e soffermandomi su un messaggio di una semplicità ed efficacia disarmanti. Ho scaricato l'immagine, ne ho verificato l'autenticità e l'ho messa come sfondo ad ogni mio desktop. Eccola qui:




Peraltro, Arthur è un bel personaggio (che non conoscevo prima di trovare questa) e non posso che consigliarvi di leggere qualcosa su di lui:


Aggiungo, di lui, questa spiegazione:
Fu proprio l'atteggiamento di mio padre a farmi capire che l'affrancamento di noi neri non era venuto con la fine della guerra di secessione, né con le leggi successive. Era in corso. La mia trisavola era stata venduta per una balla di tabacco, mio nonno era stato meno libero di mio papà, che era meno libero di me, ma non se ne lagnava. Io sarei stato il primo nero ammesso in uno sport di bianchi.



~

martedì, agosto 23, 2011

La realtà

Alpi e nubi
Di sera. Solo, per una volta. Mentre cambio canale alla ricerca di notizie dalla Libia o sulla manovra finanziaria raccolgo questo breve passo del poeta portoghese Fernando Pessoa:
«Ripassa domani, realtà 
Basta per oggi, signori.»
Spengo la TV e cerco un libro. Non ne trovo uno adatto e mi tuffo in un plico di fumetti onirici e visionari acquistati ad una bancherella dell'usato lo scorso fine settimana.

* La foto è stata scattata a Serfaus, in Austria e, come al solito, è open source. Fatene ciò che desiderate.
~

mercoledì, ottobre 20, 2010

Donne con le occhiaie


 «Aveva delle occhiaie splendide. Le donne con le occhiaie sono solitamente splendide, ma muoiono presto, hanno mali oscuri, profondi.»
In un libro di Manuel Vazquez Montalban ho trovato questa nota che avevo scritto su un frammento strappato di un calendario. Sul retro un indizio sulla data "giugno 1996". Era un pensiero di Pepe Carvalho che, ai tempi, avevo scoperto condividere.

La foto è di Anna Magnani che, peraltro, visse 65 anni durante i quali incassò una grande quantità di successi personali.
La cosa che mi ha colpito, nella ricerca dell'immagine per illustrare questo post, è l'enorme difficoltà nel trovare in rete foto di volti femminili espressivi ed un po' dolenti come quello di Anna. In questi tempi sembra che  la cultura e l'arte occidentale rifiutino la possibilità che una donna affascinante porti occhiaie e rughe e che queste contribuiscano ad esprimere bellezza, forza e dolore.
~

martedì, novembre 10, 2009

Einstein e la bicicletta



 «La vita è come andare in bicicletta, dunque,» 
diceva Einstein  
«per mantenere l’equilibrio devi muoverti …»
~

martedì, ottobre 06, 2009

Ubuntu


Ma guarda che buffo, cerco un sistema operativo per un PC e trovo una citazione di Mandela usata per rappresentare un concetto filosofico.
«Una persona che viaggia attraverso il nostro paese e si ferma in un villaggio non ha bisogno di chiedere cibo o acqua: subito la gente le offre del cibo, la intrattiene. Ecco, questo è un aspetto di Ubuntu, ma ce ne sono altri. Ubuntu non significa non pensare a se stessi; significa piuttosto porsi la domanda: voglio aiutare la comunità che mi sta intorno a migliorare?»
(Nelson Mandela)

Ha, per i curiosi, esiste anche la Ubuntu Cola.
~

giovedì, ottobre 01, 2009

Problemi che da troppo tempo aspettano una soluzione


Un vecchio detto affermava:
Tutti sapevano che il problema era insolubile.
Poi arrivò qualcuno che non lo sapeva e lo risolse.
Mi sembra il problema della sanità negli Stati Uniti, l'unico paese democratico a non disporre di una sanità universale. La grandezza di Obama è di comportarsi come se non sapesse che negli USA è impossibile agire contro le lobby più ricche, siano esse quelle dei produttori di petrolio, di armi o (fino a poco tempo fa) quelle della finanza. Siccome è convinto, ce la farà.

Quanto ci vorrà perché qualcuno metta le mani alla durata dei processi in Italia?
~

venerdì, settembre 18, 2009

JFK: Io sono un immigrato


Per parlare del presente, a volte, è necessario parlare del passato. Per affrontare un argomento che continua a destare in me vergogna di essere italiano, mi appoggio su un possente articolo firmato dal più celebre ed innovativo dei presidenti americani.

Nell'articolo -tratto da La nuova frontiera, pamphlet del 1957 pubblicato in Italia da Donzelli- Kennedy traccia la storia degli Stati Uniti d'America come la storia di una nazione popolata di immigrati, per la maggior parte poveri e fuggiaschi, che ha fatto leva proprio sulla straordinaria motivazione e creatività di queste persone in fuga per diventare la più straordinaria economia, potenza militare e bacino intellettuale del 20° secolo.

JOHN FITZGERALD KENNEDY
Io sono un immigrato
da Repubblica — 30 agosto 2009   pagina 35   sezione: ALTRO.

Non resisto alla tentazione e ne riporto ampi stralci con qualche sottolineatura (consiglio di leggere almeno citazione riguardo agli italiani).
« (...) In poco più di 350 anni, si è sviluppata una nazione di quasi 200 milioni di abitanti, popolata per la quasi totalità da individui provenienti da altre nazioni o i cui antenati erano emigrati da altri paesi.
(...)
Per conoscere l'America, dunque, è necessario comprendere questa rivoluzione sociale squisitamente americana. È necessario capire perché più di 42 milioni di persone hanno rinunciato a una vita consolidata per ricominciare da zero in un paese straniero. Dobbiamo capire in che modo essi andarono incontro a questo paese e in che modo questo paese andò incontro a loro e, cosa ancor più importante, dobbiamo capire cosa implica tutto ciò per il nostro presente e per il nostro futuro.
(...)
Non vi è nulla di più straordinario della decisione di emigrare, nulla di più straordinario della ridda di emozioni e pensieri che inducono infine una famiglia a dire addio ai vecchi legami e ai luoghi familiari,a solcare le scure acque dell'oceano per approdare in una terra straniera. Oggi, in un' epoca in cui grazie ai mezzi di comunicazione di massa a un capo del mondo si sa tutto ciò che accade nell'altro, è difficile capire come la povertà o la tirannia possa spingere una persona a lasciare il proprio paese per un altro. Ma secoli fa l'emigrazione era un salto nel buio, era un investimento intellettuale ed emotivo enorme. Le forze che indussero i nostri antenati a quella decisione estrema - lasciare la propria casa e intraprendere un' avventura gravida di incognite, rischi e immense difficoltà- dovevano essere soverchianti.
(...)
Per molti contadini era la prima volta che si allontanavano da casa, che uscivano dalla sicurezza di piccoli villaggi in cui avevano passato tutta la vita. Ora avrebbero dovuto imparare a trattare con persone completamente diverse. Si sarebbero scontrati con problemi a cui non erano avvezzi, avrebbero imparato a comprendere costumi e linguaggi stranieri, si sarebbero industriati per affermarsi in un ambiente oltremodo ostile.
Come prima cosa, dovevano mettere da parte il denaro necessario per il viaggio. Dopodiché salutavano i loro cari e gli amici, consapevoli che con ogni probabilità non li avrebbero mai più rivisti. Quindi cominciava il viaggio che dai villaggi li avrebbe condotti ai porti di imbarco. Alcuni si spostavano a piedi; i più fortunati trasportavano i loro pochi averi su carretti che poi rivendevano prima di imbarcarsi. In certi casi facevano tappa durante il viaggio lavorando nei campi per mangiare. Prima ancora di riuscire a raggiungere i porti erano esposti alle malattie, agli incidenti, alle intemperie e alla neve, e attaccati anche dai banditi.
Una volta giunti al porto, spesso dovevano attendere giorni, settimane, talvolta mesi prima di imbarcarsi, contrattando con i capitani e gli agenti il costo della traversata. Nell'attesa, vivevano ammassati in stamberghe a poco prezzo a ridosso dei moli, dormendo sulla paglia in stanzette buie, a volte in quaranta in uno spazio di tre metri per quattro.
Fino alla metà del Diciannovesimo secolo gli immigranti viaggiavano a bordo di navi a vela. In media la traversata da Liverpool a New York durava quaranta giorni, ma all'epoca qualsiasi previsione era azzardata, poiché la nave era esposta ai venti e alle maree, le tecniche di navigazione primitive, l'equipaggio inesperto e la rotta soggetta ai capricci del capitano.
Per le imbarcazioni di allora, non così massicce, trecento tonnellate costituivano una buona stazza, e tutte erano stipate di passeggeri, dai quattrocento ai mille, in ogni angolo. Il mondo degli immigranti a bordo della nave si riduceva alla stiva, lo spazio ristretto sottostante il ponte, generalmente lungo trenta metri e largo sette. Su molte navi le persone alte più di un metro e settanta non potevano neanche stare in piedi. Lì vivevano giorno e notte, ricevevano la razione quotidiana di acqua con l'aggiunta di aceto e tentavano di sopravvivere con le provviste che si erano portate per il viaggio. Quando i viveri finivano, si ritrovavano spesso alla mercé dei metodi usurai dei capitani.
Se ne stavano assiepati in cuccette anguste e dure, dove quando venivano aperti i boccaporti si gelava e si soffocava dal caldo quando erano chiusi. L'unica fonte di luce proveniva da una fioca lanterna pencolante. Il giorno e la notte erano indistinguibili, ma i passeggeri imparavano a riconoscere gli infidi venti e i flutti, lo zampettio dei topi e il tonfo dei cadaveri gettati in mare. Le malattie -colera, febbre gialla, vaiolo e dissenteria- facevano strage: uno su dieci non riusciva a sopravvivere alla traversata. Nei paesi che avevano lasciato, gli immigrati in genere avevano un lavoro stabile. Portavano avanti l'attività artigianale o commerciale dei loro padri, coltivavano la terra di famiglia o il piccolo appezzamento ereditato in seguito alla spartizione con i fratelli. (...)
Una volta rotto con il passato, a parte i legami affettivi e l'eredità culturale, dovevano fare affidamento esclusivamente sulle proprie capacità. Erano obbligati a volgere lo sguardo al futuro, non al passato. (...) E se non fossero riusciti a realizzare il sogno per se stessi, potevano sempre serbarlo per i loro figli. È stata questa l'origine dell'inventiva e dell'ingegno americani, delle tante e nuove imprese e della capacità di raggiungere il tenore di vita più elevato del mondo. (...)
Sul finire del Diciannovesimo secolo l'emigrazione verso l'America subì un cambiamento notevole. Cominciarono infatti ad arrivare, in gran numero, italiani, russi, polacchi, cechi, ungheresi, rumeni, bulgari, austriaci e greci, creando nuovi problemi e dando origine a nuove tensioni. Per loro la barriera linguistica era ancor più insormontabile di quanto non fosse stato per i gruppi che li avevano preceduti, cosicché lo scarto tra il mondo che si erano lasciati alle spalle e quello in cui erano approdati si approfondì.
Si trattava per la gran parte di gente di campagna, costretta però all'arrivo in America a stabilirsi nella maggioranza dei casi nelle città. Già nel 1910 in molte città esistevano delle "Little Italy" o "Little Poland" dai confini ben definiti. Stando al censimento del 1960, abitavano più persone di origini o di genitori italiani a New York che non a Roma.
La storia delle città dimostra che quando vi è sovraffollamento, quando la gente è povera e le condizioni di vita sono pessime, le tensioni si inaspriscono. È un sistema che si autoalimenta: la povertà e la delinquenza all'interno di un gruppo generano paura e ostilità negli altri; ciò, a sua volta, impedisce che il primo gruppo venga accettato e ne ostacola il progresso, protraendone così la condizione di arretratezza. Fu in questa penosa situazione che si ritrovarono molti immigrati provenienti dall'Europa meridionale e orientale, così com'era accaduto ad alcuni gruppi delle prime ondate migratorie.

Un giornale di New York riservò ai nuovi arrivati italiani parole impietose: «Le cateratte sono aperte. Le sbarre abbassate. Le porte sono incustodite. La diga è stata spazzata via. La fogna è sturata (...). La feccia dell'immigrazione si sta riversando sulle nostre coste. Dai serbatoi di melma del Continente la marmaglia di terza classe viene travasata nel nostro paese».
(...)
Le leggi sull'immigrazione dovrebbero essere generose, dovrebbero essere eque, dovrebbero essere flessibili. Con leggi siffatte potremo guardare al mondo, e al nostro passato, con le mani pulite e la coscienza tranquilla. Una tale politica non sarebbe che una conferma dei nostri antichi principi. Esprimerebbe la nostra adesione alle parole di George Washington: «Il grembo dell'America è pronto ad accogliere non solo lo straniero ricco e rispettabile, ma anche gli oppressi e i perseguitati di ogni nazione e religione; a costoro dovremmo garantire la partecipazione ai nostri diritti e privilegi, se con la loro moralità e condotta decorosa si mostrano degni di goderne».

Strappati alla loro vecchia vita, (...) Sbarcavano nel nuovo paese stremati dalla mancanza di riposo, dalla cattiva alimentazione, dalla reclusione, gravati dalla fatica di adeguarsi alle nuove condizioni di vita. Ma non potevano fermarsi per recuperare le forze. Non avevano scorte di cibo né denaro, quindi erano costretti a proseguire il cammino finché non trovavano un lavoro.
(...) Probabilmente le motivazioni per venire in America erano tante quante le persone che arrivarono qui: si trattava di una decisione del tutto personale. Tuttavia si può dire che tre grandi spinte -persecuzione religiosa, oppressione politica e difficoltà economiche- costituirono le ragioni principali delle migrazioni di massa nel nostro paese. Questi uomini rispondevano, a modo loro, alla promessa sancita dalla Dichiarazione di indipendenza di garantire il diritto «alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità»

Traduzione di Marianna Matullo © Donzelli Editore 2009
Possibile che noi non si possa mai imparare dalle esperienze degli altri?

Per approfondire la storia degli italiani in America, ho trovato un lunghissimo articolo Italian Americans (in inglese) da cui ho preso la foto della famiglia italiana ad Ellis Island.
~

mercoledì, settembre 16, 2009

Semplici conoscenti

Ieri Roberto mi ha regalato un ricordo, una vignetta delle Sturmtruppen di Bonvi in cui, nel buio della notte, la sentinella chiedeva:
  • «altolà, chi va là, miken o nemiken?»
ed una voce fuori campo:
  • «semplici conoscenti»
Semplice e disarmate credo sia una delle migliori metafore della "terza via" cioè di quanto imbarazzo possa generare una risposta terza rispetto ad una domanda dicotomica.
~

mercoledì, settembre 09, 2009

gabbie e lucchetti

Tombino rosso

Qualche giorno fa, osservando un tombino, mi sono ricordato di questa battuta:
«
- Cosa ha fatto ieri?
- Sono andato allo zoo.
- A vedere gli animali?
- No, a vedere le gabbie! Io vado pazzo per le gabbie, sono un grande appassionato di gabbie e lucchetti. A casa ho una collezione di Yale e Cisa del ‘64. Anzi, mi danno fastidio gli animali perché si muovono e mi distraggono dall’acciaio.
»
Ale & Franz
Beh, è più o meno quello che, animati dalle nostre ansie, stiamo facendo con le nostre case, no?
~

sabato, agosto 29, 2009

L'umiltà nella dichiarazione dei redditi


Tutto si può dire di Giulio Andreotti, ma i suoi fulminanti aforismi rimangono incredibilmente efficaci.
Una volta, dell'umiltà ebbe a dire:
«L'umiltà è una virtù stupenda. Ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi.»
... come dargli torto?
~

martedì, agosto 18, 2009

homo homini ...


homo homini lupus,
homo homini bau
Cuore, rivista satirica (1989-1996)
... che non significa niente, ma riesce sempre a strapparmi un sorriso.
~

martedì, agosto 04, 2009

Chi semina desiderio ...

Chi semina desiderio
raccoglie oppressione.


«Muriel Barbery cita Marx in L'eleganza del riccio»
~

giovedì, aprile 16, 2009

Meglio una rapa

Sulla porta della dispensa, mio padre ha scritto:
«Meglio una rapa
in casa mia,
che tordo, o starna,
o porco selvaggio
all'altrui mensa.
»

Ludovico Ariosto

Non so se sia un pensiero dedicato ai terremotati dell'Abruzzo o semplicemente un gesto di apprezzamento della splendida brovada che mia madre prepara ogni tanto, ma trovo questa citazione particolarmente adatta al momento.
~

domenica, aprile 05, 2009

Il fine vita e la rimozione della morte

Sono rimasto colpito dalla semplice lucidità di un articoletto, scritto da Stefano Bartezzaghi nella rubrica Lapsus nella Repubblica di sabato 4 aprile 2009, tanto da sentirmi in dovere di provare a salvarlo dall'oblio, per 5 minuti ancora.
FINE VITA

Adesso e nell'ora del nostro fine vita, amen. Il linguaggio impoliticamente corretto ha delle trovate non solo ammirevoli, ma anche deliziose. Questo fatto che tocca morire, per esempio, è da sempre ritenuto seccante. Persino Gesù, che era Gesù, quando è arrivato il momento ha trovato qualcosa da ridire. Pur nominando una brutta cosa, morte è una bella parola: facile, precisa, piena di anagrammi (metro, tremo, torme...) e rime (sorte, porte, forte, coorte, aorte). Per non evocarla, col rischio di chiamarla a sé, la si sostituisce con «il fine vita», sorta di week end esistenziale in cui invece che il fiato si tirano le cuoia. Del fine vita si può così finalmente discutere, in quel nostro modo appassionatamente caotico che tanto incuriosisce gli osservatori esteri. Della morte si continua a tacere, e l' importante è quello.

Io, indubbiamente, preferisco le parole semplici e -mentre pulisco il naso alla piccola Tamagothi di sette mesi- mi limito ad osservare che: se c'è una cosa sicura nella vita, questa è la morte.
~

venerdì, marzo 06, 2009

la magia della tecnologia

Diceva, Arthur C. Clarke che «ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia».

Succede, cioè, che quando un oggetto è sufficientemente complesso -come una medicina, una automobile, un computer o un software- non può essere interamente compreso da una sola persona, dato che questa dovrebbe essere contemporaneamente informatico, fisico, ingegnere, chimico, matematico e oltre. Da un punto di vista soggettivo, l'oggetto tecnologico funziona per magia.

Quando ero ancora studente -e ancora non mi era mai capitato di mangiare in un ristorante cinese- il professore, per spiegaci le basi della programmazione, utilizzava una metafora per cui nel computer c'era un cinesino piccolo piccolo desideroso di eseguire alla lettera esattamente tutte le istruzioni che scrivevamo inizialmente su un foglio e poi con la tastiera. Il cinesino non interpretava, non capiva e non era dotato di fantasia, eseguiva esattamente quello che scrivevamo finendo per combinare spesso disastri inenarrabili.

Ancora mi capita di pensare che dietro il mio monitor ci sia un piccolo nanetto, a volte un po' dispettoso, che preleva dei chiodini da una scatola, li utilizza per comporre delle lettere e li imprime nel monitor.
~

domenica, gennaio 11, 2009

La strana proprietà delle idee

Oddio, parlando di sinistra e destra, di bufala dell'emergenza sicurezza, come di Israeliani e Palestinesi o di cambiamento climatico si finisce sempre per litigare. Viene voglia di non parlarne più, di abbandonare ogni discussione.

Ma io resto a favore dello scambio di idee, anche perché:
«Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno.
Ma se tu hai un'idea, ed io ho un'idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.
»
(George Bernard Shaw)
Trovata su Wikiquote.
~

giovedì, gennaio 08, 2009

La legge della multimedialità di IBM


Una decina di anni fa, ad un corso di IBM l'insegnante giustificò l'elevato tempo che dedicavamo alle esercitazioni citando quella che definì "Legge della multimedialità di IBM".
Casualmente, cercando tutt'altro, ho trovato la seguente:
Si stima che l'uomo ricordi:
  • il 10% di ciò che legge,
  • il 20% di ciò che vede,
  • il 40% di ciò che ascolta e
  • il 75% di ciò che legge, vede, ascolta e fa
da qui l'importanza della multimedialità, che stimola e attiva la partecipazione di più sensi.
~

giovedì, dicembre 11, 2008

E gli atei?

Ho ritrovato gli appunti per la recensione di "Opinioni di un Clown" di Heinrich Böll che avevo scritto ai tempi dell'università con l'idea di pubblicarlo su qualche rivista studentesca.
Leggere le opinioni di un clown, annotavo, significava immergersi per ore nella fine trama di umanità intessuta di sarcasmo e di lieve amarezza.
Hans, il clown, sente gli odori attraverso il telefono. Pensa, ma non giudica. I suoi sensi, le sue impressioni sono tutte le sue opinioni.
Mi sono annotato questo breve dialogo, a proposito della religione:
Hans: «I cattolici mi rendono nervoso perché sono sleali»
Altro: «E i protestanti?»
«Quelli mi fanno star male per tutto quel pasticciare attorno alla coscienza»
«E gli atei?»
«Quelli mi annoiano perchè parlano sempre di Dio»
«E lei cos'è, in conclusione?»
«Io sono un clown»
Ancora adesso, se devo pensare al maggior difetto degli atei, mi trovo a pensare che parlano troppo di Dio.
~

domenica, novembre 23, 2008

La (poca) soddisfazione di ciò che si possiede

In fondo anche Macchiavelli riconosceva che non è il possesso a rendere felici:
«La natura ha creato gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa e non possono conseguire ogni cosa: talchè essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la magra contentezza di quello che si possiede,
e la poca soddisfazione d' esso.
(Niccolò Macchiavelli) »
~

mercoledì, settembre 10, 2008

Un thriller in meno di 20 parole


Sei l'ultimo essere umano rimasto sulla Terra. Sei seduto sul letto, in silenzio, con la testa tra le mani, in una stanza chiusa.
...
Bussano.


* Mia versione di una novella che Stephen King ha raccontato ad un intervistatore che gli chiedeva se sarebbe stato capace, dopo tutti quei libri chilometrici, di scrivere un thriller breve o brevissimo.
~

Mi sento fortunato