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giovedì, luglio 21, 2011

Biciclette in stazione



Viaggiando in ferrovia capita di dover cambiare treno e poter disporre, quando i treni sono in orario, di una mezz'oretta per dare un'occhiata fuori dalla stazione.
Bologna, Parma, Piacenza, Lodi, Milano Lambrate, lo spettatore meno attento non può non notare che in un giorno lavorativo qualsiasi, fuori da ogni stazione della ferrovia o di alcune linee metropolitane si vedono biciclette legate ad ogni possibile cancello o palo.

Possibile che a nessun dirigente delle FS o politico locale sia venuto in mente che c'è un evidente bisogno che aspetta solo di essere soddisfatto?

A San donato Milanese ci hanno pensato una amministrazione comunale illuminata e un imprenditore creando un servizio utile ed intelligente: "La stazione delle biciclette".
Confinante con una stazione terminale della metropolitana milanese, la stazione delle biciclette offre custodia a pagamento, riparazione e vendita di biciclette oltre che l'organizzazione di corsi ed eventi vari. I cittadini che si muovono in bicicletta dispongono di un eccellente servizio, il comune offre un servizio con un investimento minimo, un imprenditore guadagna la pagnotta per se e per qualche dipendente. Il pianeta ci guadagna un bel po' di emissioni in meno ed i pendolari (automobilisti compresi) guadagnano dalle riduzioni del traffico e dai pacheggi più liberi, dato che ogni bicicletta in più è un'automobile in meno in strada.  La MM guadagna dal risparmio di potenziali posti auto che dovrebbe realizzare (una macchina parcheggiata occupa lo spazio di 8 biciclette). Semplice ed efficace.
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sabato, gennaio 15, 2011

A cosa serve Wikileaks

«Avevo il peggior metodo di studio, i voti più bassi. 
Finché non mi sono accorto del mio errore: per i 
passaggi importanti usavo un evidenziatore nero».
(J. Altman)

Un mondo senza segreti fa paura. In fin dei conti sappiamo quanto ci darebbe fastidio se pubblicassero su Internet il video di quando seduti sul wc ci mettiamo le dita nel naso sicuri di non essere visti. O di quando immergiamo le nostre caduche e molli membra (parlo per me) nella vasca da bagno. Oppure mentre controlliamo se la lunghezza del fedele amico si è mantenuta nel tempo misera come ce la ricordavamo.
Ma potrebbe anche capitare che la collega carina che osserviamo con tanta attenzione ogni volta che si alza, sperando in un cedimento della sollatura, si invaghisca di noi ... e non vorremmo di certo che il nostro cedimento alle sue grazie diventi di dominio pubblico. Quantomeno, non tanto pubblico da arrivare alle orecchie della nostra compagna.
E la zia? Se quella cui abbiamo raccontato per anni una scusa sempre diversa per non andarla a trovare, scoprisse dove eravamo veramente durante le rare occasioni di raduno familiare?
E quella volta che ci siamo accordati con il meccanico per uno sconto in cambio della, opss, mancata emissione della fattura? Se lo sapesse lo Stato ... mamma mia!
Insomma, un mondo senza segreti non sembra affatto un mondo desiderabile.
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D'altronde, l'inizio della democrazia in Russia è coincisa con la glasnost, cioè con la trasparenza. I cittadini devono avere la possibilità di controllare l'amministrazione, e devono poterlo fare direttamente. Anche senza intermediari, se lo desiderano.
Non ha senso che in Italia molti atti siano pubblici per legge (dunque tutti li possono consultare) ma per consultarli sia necessario andare sul posto in cui sono conservati, ad orari ridicoli (tipo dalle 11 alle 12.30 il martedì ed il giovedì) e doverli consultare sul posto senza la possibilità di accesso ad una fotocopiatrice.
Internet è uno strumento grandioso e, a mio avviso, ogni documento governativo che dovrebbe essere secretato con scadenza ed, appena scaduto il tempo, reso disponibile su Internet.

La guerra in Iraq è finita? Bene, voglio sapere quanto sono costati i missili utilizzati, di che marca erano e quando è stato lanciato ciascuno di essi per quale obiettivo. Quanta benzina hanno consumato i mezzi militari e quando è morto ciascuno dei morti di cui si conosce la morte (di una o dell'altra parte). Forse i dati sono tali che non andrò mai a guardarli ... o forse passerò le notti a svangare dettagli ed a scriverne sul mio piccolo blog, potendo sempre citare la fonte con una semplice URL.
Semplice no?
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L'era del Principe inizià a finire quando Machiavelli ne raccontò i meccanismi di potere. Forse è ora che anche la democrazia delegata cominci la sua fine ... per far spazio a forme di governo meno delegate, in cui vi sia maggiore spazio al il controllo diretto delle azioni dei governi.

E dato che il potere di alcuni governi si estende ben oltre i confini in cui risiedono o loro elettori/deleganti, è necessario che si sviluppino forme di controllo (morale, se non altro) anche esterne al territorio stesso.

Qualcuno dice che non funziona così, che i i segreti sono necessari. Adesso non funziona? Funzionerà!
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Cos'è Wikileaks: è un sito che pubblica documenti ufficiali e originali "trafugati" da cittadini di ogni parte del mondo "che portino alla luce comportamenti non etici di governi e aziende" tenuti nascosti.
Gran parte dello staff del sito, come gli stessi fondatori del progetto, rimane anonima.

L'organizzazione dichiara di verificare l'autenticità del materiale prima di pubblicarlo e di preservare l'anonimato degli informatori e di tutti coloro che sono implicati nella "fuga di notizie".

Traduzione da dizionario: 

leak   [li:k] [US]
    noun
        fessura
        apertura
        fuga
        fuoriuscita
        perdita
        falla
    verb
        fare acqua
        fuoriuscire
        trapelare
        far trapelare
        perdere
Espressioni correlate
    leak out
        trapelare
    security leak
        fuga di notizie
    leak detector
        cercafughe 
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Riporto qui la spiegazione la più chiara che mi è capitata di trovare della storia in base alla quale hanno arrestato Assange, il fondatore di Wikileaks:
«Intrigo a Stoccolma. Agosto 2010. Il fondatore di Wikileaks, Julian Assange, partecipa al seminario “Guerra e ruolo dei media”. La giornalista Anna Ardin lo invita a cena a casa sua. Dopo cena i due decidono di digerire insieme, ma il preservativo si rompe. Anna continua a digerire con Assange nei giorni successivi finché un’altra ragazza, Sofia Wilden, si invaghisce di lui vedendolo in tv e corre al seminario. Digeriscono due volte, la prima col preservativo, la seconda senza. Il giorno dopo Sofia si confida con Anna e decidono di denunciare l’amante per aver fatto sesso non protetto senza sottoporsi a controlli medici: un reato che in Svezia è estinguibile con 715 dollari di multa. Infatti la magistratura non sembra affannarsi troppo. Ma appena spuntano i files di Wikileaks, la pratica accelera e scatta l’ordine di cattura internazionale.
Al momento dell’arresto le cancellerie di tutto il mondo esultano. “Era ora!”, tuona Frattini. È la prima volta che l’arresto di un dongiovanni imprudente provoca reazioni di giubilo. Evidente che si tratta di una scusa. “Ma è democrazia questa?”, si chiede persino Putin. E Lula dal Brasile fa un’osservazione condivisibile: “Perché i bersagli dei dossier americani se la prendono con chi li ha diffusi, invece che con chi li ha scritti?”»
Massimo Gramellini a Che Tempo Che Fa dell'11 dicembre 2010
Seguendo il link è possibile trovare la lista dei mirror (cioè dei siti che riproducono gli stessi contenuti di Wikileaks garantendone la disponibilità anche quando il sito principale viene messo KO dai provider sotto le pressioni del governo americano).
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martedì, gennaio 11, 2011

Cibo in Italia come in Norvegia


20 anni fa, quando feci il mio secondo viaggio in inter-rail puntando ai paesi scandinavi, mi rimase impresso il costo della frutta: in stazione dei treni a Oslo le mele (piccole e verdi) costavano la bellezza di 1.000 lire -chi se le ricorda le lire ora?- cadauna, mentre in Italia -paese del sole, del buon cibo e del bel vivere- il fruttivendolo vicino alla stazione le vendeva a 700 lire al Kg.
Oggi in un ristorante self service nella galleria di un centro commerciale ho notato che hanno messo finalmente anche la frutta, a dire il vero poca e poco attraente ma, d'altronde, bisogna ricordare che siamo in inverno. Mi ha colpito il cartello che ne annunciava il costo: 
1,50€ al pezzo
Un euro e mezzo per una meletta, un arancio, un kiwi o due mandarini.

Senza altre parole.
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venerdì, dicembre 17, 2010

Le manifestazioni studentesche spiegate a mio figlio


La settimana scorsa ho fatto un sogno.

In generale non sopporto le persone che ti aggrediscono raccontando i propri sogni della notte, quasi dando per scontato che l'ascoltatore possa trovare emozionanti le stesse immagini che tanto hanno colpito il narrante. Senza contare che i sogni sono spesso ricorrenti e che la stessa persona finirà per raccontare più di una volta lo stesso sogno, con lo stesso rinnovato spavento.

Ma, dato che non mi capita spesso di ricordare i miei sogni né tantomeno di raccontarli, vado -senza alcun pudore- a narrare i miei pensieri notturni.

Mi trovo in un parco, su di una collinetta. Da sotto proviene un gran vociare da una fiumana di ragazzi che manifestano. Presumo che stiano manifestando il loro dissenso ad una qualche riforma scolastica.
La maggior parte sono giovanissimi, dell'ultimo anno delle medie o dei primi anni delle superiori. Sono caciaroni ma, nell'insieme, composti ed ordinati. Camminano piano chiacchierando a piccoli crocchi. Uno si stacca da un crocchio e tira una schicchera dietro l'orecchio del ragazzo con nike e keffia che lo precede. Si rincorrono per qualche secondo e li perdo di vista.

Alcuni poliziotti camminano lungo il corteo, nella stessa direzione, come un rilassato nastro di sicurezza.

Ad un certo momento noto un ragazzo più grande, tra i venti ed i trenta, grosso e tatuato. Come rispondendo ad un richiamo che solo lui capisce comincia a menare tutti quelli che gli passano accanto. A chi una sberla, a chi un calcio, a chi una gomitata in faccia.

Mi giro verso i poliziotti per richiamare la loro attenzione. Spariti.
Compaiono qua e la altri ragazzi nerovestiti come chiazze d'inchiostro scuro in un torrente colorato. Qualcuno ha il casco.
Corro giù per la collinetta con le braccia alzate gridando di scappare, di evaporare, perché l'ambiente è diventato pericoloso. Ma passo in mezzo ai ragazzi come Mosè attraversò la acque: la fiumana si sposta al mio passaggio ma procede incessante nella stessa direzione.

Risalgo affannato sulla collina. I poliziotti sono ora in assetto antisommossa, davanti alla testa del corteo formano un muraglione contro cui il fiume finirà per frangersi.

I nerovestiti si coprono la faccia  con le sciarpe e, coperti dalla massa degli studenti, raccolgono pietre per dare battaglia.
Penso che nella massa potrebbe esserci mio figlio. E mi sveglio.

E' una settimana che provo a raccontare questa storia all'interessato, ma c'è sempre qualcosa o qualcun altro che distoglie l'attenzione. L'ho scritta, che così non la dimentico.

Questa sera ho raccontato la storia a tavola, ed ho aggiunto qualche spiegazione «Non c'è nulla di male a manifestare il proprio dissenso, con i tamburi, con le canzoni, con gli striscioni ed i megafoni.» spiego al ragazzo che mi guarda a bocca aperta.  «Manifestare» aggiungo «è un diritto civile».
«Ma se mai ti capitasse di sfilare ed accorgerti che tra voi "compaiono" ragazzi dall'aria pericolosa, che si coprono il volto, raccolgono sampietrini e portano spranghe o caschi. Ecco, quello è il momento di evaporare. Di disperdersi, di fuggire.
Perché quello è l'inizio di una disfatta in cui le prendete sia dai poliziotti che dai violenti. E» aggiungo  «il giorno successivo vi distruggeranno ai telegiornali dicendo che siete solo un branco di violenti che, automaticamente, si sono messi dalla parte del torto.»

Mio figlio, il Troll, ancora non riesce a raccogliere la mandibola e mi guarda come se fossi disceso da venere su di una astronave fucsia a strisce gialle.
La moglie, serissima, completa il ragionamento «non c'è cura per quelli, che isolarli, lasciandoli soli di fronte alla polizia.». Già, sperando che questa abbia l'accortezza di lasciare delle vie di fuga.

P.S. Vi segnalo, da non perdere: la lettera di Roberto Saviano agli studenti, pubblicata da Repubblica il 16/12/2010. E le risposte di Saviano ad alcune delle lettere che gli studenti gli hanno inviato in seguito.
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lunedì, agosto 23, 2010

Picchialo, picchia forte e senza paura

Mio padre è del '33. Come tutte le persone di quell'età è assalito da ricordi che emergono come rigurgiti nei momenti più inattesi.
Qualche tempo fa, cercando una canzoncina per mia figlia ha esordito con una allegra musichetta:
«
Picchialo, picchia forte e senza paura.
Picchia col grimaldello che la testa è dura.
Picchialo e picchia forte e senza pietà
Un incubo tremendo lo seppellirà ...
»
... si è un attimo fermato a pensare ... «No,» ha detto «questa non è bella per niente».

Mio padre aveva 12 anni nel '45, per cui non era abbastanza grande per capirne i risvolti, ma  questa simpatica canzoncina deve averla sentita parecchie vole.

Nei giorni delle vacanze estive ho ripreso l'argomento cercando di estrarre qualche strofa in più. Ma la memoria non è venuta. In compenso la suocera, stimolata dalla canzoncina, ci ha regalato un ricordo che provo a riportare tal quale:
«Quando ero bambina giocavamo per strada e quando sentivamo questa canzoncina ci nascondevamo dove si riusciva, spesso sotto a cespugli ... e da sotto i cespugli si intravedevano stivali neri alti e lucidi. Ed era brutto perché non sapevi dove andavano ma a volte qualcuno spariva.
Ricordo un conoscente che abbiamo sentito urlare fino in strada "Sono tuo cugino, non te lo ricordi?" e quello che rispondeva "Me ne frego" e picchiava, picchiava ancora.»
Già, perché bisogna riconoscere che il fascismo era tempo di belle canzoncine e facili motivetti, ma erano anche tempi da lupi e quando le squadracce imperversavano non sapevi mai a chi sarebbe toccata.
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sabato, ottobre 03, 2009

Cosa sono i respingimenti e perchè funzionano



I "respingimenti" funzionano così: le nostre navi militari cercano di individuare le bagnarole dei migranti che arrivano dalla Libia prima che queste entrino nelle nostre acque territoriali (dove dovremmo dare rifugio politico a chi ne ha diritto) e le riaccompagnano in Libia.
La libia le "accoglie" in forza di un trattato internazionale che il governo italiano ha firmato con la dittatura libica, che prevede aiuti e soldi in cambio di una manina a fermare il flusso dei migranti.

Potrebbe apparire un ragionamento sensato ...

E invece i pochi giornalisti che hanno voluto affrontare l'argomento meglio del TG1 -e basterebbe così poco- pubblicano articoli come questi:
  1. "Li avete mandati al massacro in quei lager stupri e torture"
  2. Dalla prigione l'appello dei dannati "Ci trattano come bestie, salvateci"
Le testimonianze potrebbero essere racconti inventati da qualcuno disposto a tutto pur di ottenere lo status di rifugiato ... o forse no.

I migranti, uomini e donne, raccontano che in Libia la polizia del regime li sottopone alla fame, al freddo ed al caldo estremi. Raccontano di essere stati sistematicamente torturati e stuprati senza differenza tra maschi e femmine. La polizia del regime raccoglie i migranti in container (pare forniti dall'Italia) dove stanno ammassati al buio in pessime condizioni igeniche, senza poter parlare con nessuno, né giudici né tantomeno avvocati. Senza alcun diritto.

Beh, certo, funziona. I migranti hanno terrore di essere "respinti" in Libia e questo fa diminuire il numero di migranti che rischiano la traversata maledetta. Da qui Maroni che brinda ad una riduzione del 94% degli sbarchi di clandestini (vedi: Maroni tira dritto).

Ma, se solo il 10% di quello che raccontano i sopravvissuti è vero, allora facciamo schifo abbastanza da meritarci di essere trattati alla stessa stregua alla prima occasione ... e meritiamo già adesso la vergogna di essere italiani.
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venerdì, settembre 18, 2009

JFK: Io sono un immigrato


Per parlare del presente, a volte, è necessario parlare del passato. Per affrontare un argomento che continua a destare in me vergogna di essere italiano, mi appoggio su un possente articolo firmato dal più celebre ed innovativo dei presidenti americani.

Nell'articolo -tratto da La nuova frontiera, pamphlet del 1957 pubblicato in Italia da Donzelli- Kennedy traccia la storia degli Stati Uniti d'America come la storia di una nazione popolata di immigrati, per la maggior parte poveri e fuggiaschi, che ha fatto leva proprio sulla straordinaria motivazione e creatività di queste persone in fuga per diventare la più straordinaria economia, potenza militare e bacino intellettuale del 20° secolo.

JOHN FITZGERALD KENNEDY
Io sono un immigrato
da Repubblica — 30 agosto 2009   pagina 35   sezione: ALTRO.

Non resisto alla tentazione e ne riporto ampi stralci con qualche sottolineatura (consiglio di leggere almeno citazione riguardo agli italiani).
« (...) In poco più di 350 anni, si è sviluppata una nazione di quasi 200 milioni di abitanti, popolata per la quasi totalità da individui provenienti da altre nazioni o i cui antenati erano emigrati da altri paesi.
(...)
Per conoscere l'America, dunque, è necessario comprendere questa rivoluzione sociale squisitamente americana. È necessario capire perché più di 42 milioni di persone hanno rinunciato a una vita consolidata per ricominciare da zero in un paese straniero. Dobbiamo capire in che modo essi andarono incontro a questo paese e in che modo questo paese andò incontro a loro e, cosa ancor più importante, dobbiamo capire cosa implica tutto ciò per il nostro presente e per il nostro futuro.
(...)
Non vi è nulla di più straordinario della decisione di emigrare, nulla di più straordinario della ridda di emozioni e pensieri che inducono infine una famiglia a dire addio ai vecchi legami e ai luoghi familiari,a solcare le scure acque dell'oceano per approdare in una terra straniera. Oggi, in un' epoca in cui grazie ai mezzi di comunicazione di massa a un capo del mondo si sa tutto ciò che accade nell'altro, è difficile capire come la povertà o la tirannia possa spingere una persona a lasciare il proprio paese per un altro. Ma secoli fa l'emigrazione era un salto nel buio, era un investimento intellettuale ed emotivo enorme. Le forze che indussero i nostri antenati a quella decisione estrema - lasciare la propria casa e intraprendere un' avventura gravida di incognite, rischi e immense difficoltà- dovevano essere soverchianti.
(...)
Per molti contadini era la prima volta che si allontanavano da casa, che uscivano dalla sicurezza di piccoli villaggi in cui avevano passato tutta la vita. Ora avrebbero dovuto imparare a trattare con persone completamente diverse. Si sarebbero scontrati con problemi a cui non erano avvezzi, avrebbero imparato a comprendere costumi e linguaggi stranieri, si sarebbero industriati per affermarsi in un ambiente oltremodo ostile.
Come prima cosa, dovevano mettere da parte il denaro necessario per il viaggio. Dopodiché salutavano i loro cari e gli amici, consapevoli che con ogni probabilità non li avrebbero mai più rivisti. Quindi cominciava il viaggio che dai villaggi li avrebbe condotti ai porti di imbarco. Alcuni si spostavano a piedi; i più fortunati trasportavano i loro pochi averi su carretti che poi rivendevano prima di imbarcarsi. In certi casi facevano tappa durante il viaggio lavorando nei campi per mangiare. Prima ancora di riuscire a raggiungere i porti erano esposti alle malattie, agli incidenti, alle intemperie e alla neve, e attaccati anche dai banditi.
Una volta giunti al porto, spesso dovevano attendere giorni, settimane, talvolta mesi prima di imbarcarsi, contrattando con i capitani e gli agenti il costo della traversata. Nell'attesa, vivevano ammassati in stamberghe a poco prezzo a ridosso dei moli, dormendo sulla paglia in stanzette buie, a volte in quaranta in uno spazio di tre metri per quattro.
Fino alla metà del Diciannovesimo secolo gli immigranti viaggiavano a bordo di navi a vela. In media la traversata da Liverpool a New York durava quaranta giorni, ma all'epoca qualsiasi previsione era azzardata, poiché la nave era esposta ai venti e alle maree, le tecniche di navigazione primitive, l'equipaggio inesperto e la rotta soggetta ai capricci del capitano.
Per le imbarcazioni di allora, non così massicce, trecento tonnellate costituivano una buona stazza, e tutte erano stipate di passeggeri, dai quattrocento ai mille, in ogni angolo. Il mondo degli immigranti a bordo della nave si riduceva alla stiva, lo spazio ristretto sottostante il ponte, generalmente lungo trenta metri e largo sette. Su molte navi le persone alte più di un metro e settanta non potevano neanche stare in piedi. Lì vivevano giorno e notte, ricevevano la razione quotidiana di acqua con l'aggiunta di aceto e tentavano di sopravvivere con le provviste che si erano portate per il viaggio. Quando i viveri finivano, si ritrovavano spesso alla mercé dei metodi usurai dei capitani.
Se ne stavano assiepati in cuccette anguste e dure, dove quando venivano aperti i boccaporti si gelava e si soffocava dal caldo quando erano chiusi. L'unica fonte di luce proveniva da una fioca lanterna pencolante. Il giorno e la notte erano indistinguibili, ma i passeggeri imparavano a riconoscere gli infidi venti e i flutti, lo zampettio dei topi e il tonfo dei cadaveri gettati in mare. Le malattie -colera, febbre gialla, vaiolo e dissenteria- facevano strage: uno su dieci non riusciva a sopravvivere alla traversata. Nei paesi che avevano lasciato, gli immigrati in genere avevano un lavoro stabile. Portavano avanti l'attività artigianale o commerciale dei loro padri, coltivavano la terra di famiglia o il piccolo appezzamento ereditato in seguito alla spartizione con i fratelli. (...)
Una volta rotto con il passato, a parte i legami affettivi e l'eredità culturale, dovevano fare affidamento esclusivamente sulle proprie capacità. Erano obbligati a volgere lo sguardo al futuro, non al passato. (...) E se non fossero riusciti a realizzare il sogno per se stessi, potevano sempre serbarlo per i loro figli. È stata questa l'origine dell'inventiva e dell'ingegno americani, delle tante e nuove imprese e della capacità di raggiungere il tenore di vita più elevato del mondo. (...)
Sul finire del Diciannovesimo secolo l'emigrazione verso l'America subì un cambiamento notevole. Cominciarono infatti ad arrivare, in gran numero, italiani, russi, polacchi, cechi, ungheresi, rumeni, bulgari, austriaci e greci, creando nuovi problemi e dando origine a nuove tensioni. Per loro la barriera linguistica era ancor più insormontabile di quanto non fosse stato per i gruppi che li avevano preceduti, cosicché lo scarto tra il mondo che si erano lasciati alle spalle e quello in cui erano approdati si approfondì.
Si trattava per la gran parte di gente di campagna, costretta però all'arrivo in America a stabilirsi nella maggioranza dei casi nelle città. Già nel 1910 in molte città esistevano delle "Little Italy" o "Little Poland" dai confini ben definiti. Stando al censimento del 1960, abitavano più persone di origini o di genitori italiani a New York che non a Roma.
La storia delle città dimostra che quando vi è sovraffollamento, quando la gente è povera e le condizioni di vita sono pessime, le tensioni si inaspriscono. È un sistema che si autoalimenta: la povertà e la delinquenza all'interno di un gruppo generano paura e ostilità negli altri; ciò, a sua volta, impedisce che il primo gruppo venga accettato e ne ostacola il progresso, protraendone così la condizione di arretratezza. Fu in questa penosa situazione che si ritrovarono molti immigrati provenienti dall'Europa meridionale e orientale, così com'era accaduto ad alcuni gruppi delle prime ondate migratorie.

Un giornale di New York riservò ai nuovi arrivati italiani parole impietose: «Le cateratte sono aperte. Le sbarre abbassate. Le porte sono incustodite. La diga è stata spazzata via. La fogna è sturata (...). La feccia dell'immigrazione si sta riversando sulle nostre coste. Dai serbatoi di melma del Continente la marmaglia di terza classe viene travasata nel nostro paese».
(...)
Le leggi sull'immigrazione dovrebbero essere generose, dovrebbero essere eque, dovrebbero essere flessibili. Con leggi siffatte potremo guardare al mondo, e al nostro passato, con le mani pulite e la coscienza tranquilla. Una tale politica non sarebbe che una conferma dei nostri antichi principi. Esprimerebbe la nostra adesione alle parole di George Washington: «Il grembo dell'America è pronto ad accogliere non solo lo straniero ricco e rispettabile, ma anche gli oppressi e i perseguitati di ogni nazione e religione; a costoro dovremmo garantire la partecipazione ai nostri diritti e privilegi, se con la loro moralità e condotta decorosa si mostrano degni di goderne».

Strappati alla loro vecchia vita, (...) Sbarcavano nel nuovo paese stremati dalla mancanza di riposo, dalla cattiva alimentazione, dalla reclusione, gravati dalla fatica di adeguarsi alle nuove condizioni di vita. Ma non potevano fermarsi per recuperare le forze. Non avevano scorte di cibo né denaro, quindi erano costretti a proseguire il cammino finché non trovavano un lavoro.
(...) Probabilmente le motivazioni per venire in America erano tante quante le persone che arrivarono qui: si trattava di una decisione del tutto personale. Tuttavia si può dire che tre grandi spinte -persecuzione religiosa, oppressione politica e difficoltà economiche- costituirono le ragioni principali delle migrazioni di massa nel nostro paese. Questi uomini rispondevano, a modo loro, alla promessa sancita dalla Dichiarazione di indipendenza di garantire il diritto «alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità»

Traduzione di Marianna Matullo © Donzelli Editore 2009
Possibile che noi non si possa mai imparare dalle esperienze degli altri?

Per approfondire la storia degli italiani in America, ho trovato un lunghissimo articolo Italian Americans (in inglese) da cui ho preso la foto della famiglia italiana ad Ellis Island.
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venerdì, settembre 11, 2009

Vita in città, finalmente


Mercoledì ore 18:30 ora di tornare a casa. E' una giornata tiepida e leggermente annuvolata. Inforco la bicicletta e mi accingo ad attraversare la città.

Di fronte al municipio, alla macchina che distribuisce il latte crudo ci sono due giovani signore che chiacchierano mentre aspettano il loro turno, tre bambini tra i due ed i cinque anni giocano e si spintonano. Un ragazzo riempie tre bottiglie di latte e due ragazzi stranieri (forse egiziani) discutono dello yogurt. Scampanello per avvertire i bambini e passo velocemente.

Percorro un corto viale pedonale che costeggia una associazione sportiva. Nei campi sportivi molti ragazzi si allenano abbigliati con pantaloncini neri e casacche fluorescenti arancioni e gialle. Alcuni genitori seduti sulle panchine osservare silenziosamente le performance dei giovani calciatori. Alcuni, a piccoli crocchi, commentano con fare saccente.

Ad una mamma scappa il bimbetto in bici e questo sembra faccia di tutto per tagliarmi la strada, pur senza guardarmi sembra seguire la mia esatta traiettoria. Freno, scampanello e aspetto che la ragazza recuperi il pargoletto. Ringrazio, sorrido e riparto.

Un anziano signore pedala con immenso sforzo, come se dovesse attraversare una chiesa in ginocchio, su una vecchia bicicletta grigia.

Dinnanzi alla piscina comunale tutte le panchine sono occupate da persone di varia età che sembra aspettino qualcuno. Nonostante non sia affatto caldo una bambina bionda si bagna i piedi nella fontana antistante sollevando altezzosamente le gonne con due dita.

Schivo un gruppo di quattro ragazzi tra i 13 ed i 14 anni che pedalano pigramente seduti su biciclette acrobatiche che probabilmente non sanno utilizzare. Con la coda dell'occhio ne osservo due che sembrano incredibilmente nerd, come solo i quattordicenni sanno essere, brufolosi e spettinati. Chissà con quanti ormoni stanno combattendo.

Svolto a desta, sono in strada. Allungo il cambio e con poche possenti pedalate mi porto fino alla successiva ciclopedonale che imbocco con una gran frenata. Accidenti, perché i freni fischiano così?

Ci vogliono due possenti scampanellate, quattro scusi, cinque grazie e sei buonasera per attraversare un gruppo di signore anziane armate ciascuna della propria badante moldava, ucraina o rumena.

Al successivo semaforo mi trovo con tre ciclisti a contendere lo spazio di sosta accanto al marciapiedi sulla destra, in modo da appoggiare il piede senza sollevarmi dal sellino.

... non era mai capitato prima!

Non era mai capitato prima ... ed, in effetti, 10 anni fa siamo approdati qui per fuggire dalla città e Segrate era poco più di un dormitorio. Nessuno a piedi ed ancor meno in bicicletta. Un deserto ad alta densità abitativa.

Sarà che sono un trentino testone ma questo vuoto così comune nella grande Milano -tolta pizza Duomo, Brera e Navigli- e hinterland mi è sempre parso strano e anomalo.

Le persone stavano in casa ed uscivano in macchina, percorrendo il tratto di strada fino al lavoro o l'ipermercato, chiusi in scatole di metallo su ruote. Poi risalivano nella stessa e si spostavano fino al successivo luogo chiuso (chiesa, scuola, piscina o bar) senza mai incontrarsi. Così capitava che non ci si conosceva tra vicini di pianerottolo, di condominio e men che meno di quartiere. Sempre tesi, incazzati, in coda.

Tantovale restare a lavorare qualche ora di più, avranno ragionato in molti, che sono ore che tolgo alla TV o all'ipermercato e, magari, guadagno qualche altro soldino che serve per fare il vero milanese ed andare in giro con l'immancabile anda:
Lavoro, guadagno.
Pago, pretendo.

Non so se siano i copiosi interventi urbanistici, che oltre ad aumentare la popolazione hanno costruito parchi e piste ciclabili che prima non c'erano.
Non so se sia la crisi economia che ha fatto desistere tante mamme dal lavoro ed ha creato una mancanza di prospettive di carriera ai mariti.
Non so se sia un allentamento della paura -di terroristi musulmani o violentatori rumeni- che attenagliava il cuore di chiunque provasse a mettere il naso fuori casa senza le lamiere dell'automobile, o una combinazione delle tre cose, ma ... finalmente sembra di vivere in un luogo abitato ... Evviva!
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lunedì, giugno 01, 2009

Contro la politica personalistica


L'Italia ha 60 milioni di abitanti. Non sono pochi. Secondo alcuni sono ben il doppio di quanti l'Italia ne possa sopportare mantenendo un equilibrio tra produzione di risorse (cibo, acqua potabile, energia, ossigeno, territorio) ed i nostri consumi.

60 milioni di abitanti sono tanti e, anche considerando che i laureati sono solo il 12% della popolazione, si tratta sempre di un bel 7,2 milioni di persone con una cultura universitaria.
Se poi consideriamo che la laurea non è affatto necessaria per occuparsi di politica e supponiamo che un buon candidato debba essere tra i 20 ed i 70 anni, possiamo stimare i ragionevolmente eleggibili tra i 7 ed i 30 milioni di persone. Milioni, mica decine o centinaia. Beh, magari questo non ci piace, quell'altro ha idee troppo diverse, l'altro ancora non ha nessuna intenzione di impegnarsi. Ma, accidenti, è impossibile che non vi siano almeno cento mila persone adatte?

Eppure si vedono sempre i soliti 30 0 40 soliti noti. Certo, se i politici sono 30 o 40 è ovvio che si debbano sostenere i "propri" candidati anche quando vengono travolti dagli scandali.

C'è una domanda che mi frulla in mente da un po': «ricoprire una carica politica è un diritto?»

Per una politica migliore -e normale, come nel resto dell'Europa- propongo semplicemente che:
  1. un politico che finisca in uno scandalo (di qualsiasi tipo) che ne macchi la limpidezza, non venga più ricandidato; anche quando vi sia il rischio che sia vittima e non causa dello scandalo
In fondo, se la politica è sacrificio per gli altri (come dovrebbe essere) allora sollevare qualcuno dall'incarico dovrebbe essere fargli un favore, consentendogli di seguire con più attenzione le faccende personali e lasciando a qualcun altro, più libero da vincoli e problemi, l'onere della gestione della cosa pubblica.

Ovviamente, a maggior ragione questo ragionamento si estende ai casi giudiziari:
  1. un politico inquisito si sospenda dalla propria carica (pena venir radiato dal partito e non essere ricandidato a vita)
  2. un politico condannato si dimetta dalla propria carica (pena venirne sollevato, con demerito)
  3. ovviamente i partiti non candidino né inquisiti né condannati (qualunque cognome portino)
Queste regole sono normalmente applicate, nei paesi europei, per i politici di ogni partito, di destra o di sinistra, progressista o conservatore. Perché da noi no?

Certo, c'è il pericolo che qualcuno produca uno scandalo apposta per far fuori un candidato. Ma se consideriamo attentamente la questione potremmo scoprire che, in fondo, ce ne sono altri a migliaia, forse a milioni e tra questi ci sarà sicuramente un candidato adatto, o addirittura migliore, di quello ritirato. Basta fare lo sforzo di trovarlo e valorizzarlo.

Io conosco decine di persone che sarebbero ottimi e onesti parlamentari. Alcuni di loro potrebbero anche essere ottimi ministri, se solo si desse loro la possibilità di provarci.

Si badi bene, non voglio fare il giustizialista che lascia alla magistratura il compito di ripulire gli scranni delle nostre povere istituzioni democratiche: anche comportamenti semplicemente abbietti o politicamente disonesti, per quanto non illegali, dovrebbero destare scandalo sufficiente al civile allontanamento dalla carica in cui si dovrebbe rappresentare il popolo, prima che se stessi.

Per completezza vi segnalo anche l'iniziativa Parlamento Pulito, che riporta un documentato elenco di parlamentari e dei loro guai con la giustizia.
~

sabato, aprile 25, 2009

Quante celebrazioni

è tempo di ricorrenze

1.
Pochi giorni fa (merc 22 aprile) era Hearth Day, giusto per ricordarci che il mondo è uno solo e che ora è anche incredibilmente piccolo.

2.
Oggi, 25 aprile, è la festa della liberazione dal nazi-fascismo.

Sentivo questa mattina in radio che Onna, oltre ad essere la città rasa al suolo e simbolo del terremoto in Abruzzo è protagonista di altre storie interessanti che ho sentito in radio:
  1. Onna è stata teatro di un eccidio Nazista in cui, per un cavallo, furono trucidate 17 persone. Pare che i tedeschi questa volta si siano dimostrati interessati alla ricostruzione del paese, anche a parziale risarcimento dei fatti della seconda guerra.
  2. Ad Onna operano a quanto pare in armonia due gruppi di volontari che si occupano della mensa; uno di scout cattolici ed uno di ragazzi musulmani.
3.
Domani, 26 aprile, è la commemorazione del disastro di Cernobyl. Che ci serve per ricordarci quanto siamo fallibili, anche quando giochiamo con il fuoco nucleare.

4.
Ieri, a Londra, è cominciato lo Slow Down Festival che è il festival della lentezza. E la lentezza è uno dei valori del passato che più potrebbe partecipare all'aumento della qualità della vita del futuro.

~o~

Non so voi, ma io tra questi fatti vedo un filo conduttore che sembra indicarci la strada del futuro. Un futuro migliore del nostro recente passato. Un futuro che parla di Libertà, di ecologia e rispetto per il mondo che abitiamo. Un futuro di integrazione e giustizia. Un futuro in cui -in cambio di una maggiore sobrietà dei consumi- torni ad esiste l'ozio e il filosofeggiare, la cultura ed il piacere.
~

venerdì, marzo 27, 2009

La rabbia della città

Qualche giorno fa sono dovuto andare a Milano, che da casa mia dista pochissimi chilometri, ma è come se fosse su un altro pianeta.
Era una giornata grigia ed uggiosa e, dopo aver lasciato l'automobile in un parcheggio di periferia, ho preso la metropolitana per attraversare la città.

Quando sono arrivato in prossimità della destinazione, mi sono accorto di essere 15 minuti in ritardo. Nulla di grave, ma mi sentivo in dovere di accellerare il passo.
Mi sono trovato su un marciapiedi stretto stretto sul bordo di una di quelle strade troppo piccole e troppo trafficate che caratterizzano il centro di Milano.

Pioveva. Tick tack. Davanti a me, coperta da un ombrello che occupava tutta la larghezza del marciapiedi, camminava -tick tack- una giovane signora in equilibrio su lunghi tacchi fasciata in una gonna che pareva un paio di taglie troppo stretta. Era piccolina e con passi stretti -titick titack-, scalpicciava velocissima sull'asfalto.
Guardo l'orologio due volte il 10 metri, il ticktaccare era insistente e dopo un paio di minuti mi sono scoperto ad innervosirmi: come si fa a camminare tickettando con quel ritmo frenetico eppure procedere così lentamente?

Tick e poi tack, rallenta appena appena passanda dovanti ad un negozio di scarpe. Tick-tack. Mi sono immaginato la griglia di un tombino in cui la malcapitata sarebbe rimasta irrimediabilmente incastrata, oppure un fortuito scollamento del tacco -tick, tack, crock-, magari aiutato da un "involontario" calcetto alla giusta altezza. Tick, tack. Ho immaginato un cane che, innervosito dal ritmo troppo sostenuto le azzannasse -tick, tack, woff- l'esile polpaccio. Ho pensato che un vaso potesse cadere dal terzo piano di un palazzo e cadere -tick, tack, crash- proprio in mezzo a quell'enorme ombrello.

Insomma -tick, tack- colavo ferormoni amari ed elettrizzati come una lumaca lascia la striscia sull'asfalto.
Arrivati alla prima svolta, gonnestrette -tick e tack- ha lasciato la mia strada per immettersi in una laterale. Sgrunt. Riguardo l'orologio, sono passati solo 3 minuti.

La domanda è: perché ci innervosiamo così facilmente? Come siamo arrivati a questo?

Al ritorno, per recuperare il rapporto con il mio tempo, mi sono infilato in un negozio a tutto da 1€ e -per togliermi uno sfizio- mi sono comprato tre nuovi giocattoli:
  1. una penna a 4 colori (in realtà le penne erano due in una confezione, ma una non funzionava) con cui arricchirrò di colori e scarabocchi il blocchetto note per il blog
  2. una calcolatrice, con cui ho calcolato che guadagnando il 7% di interessi all'anno avrei impiegato 10 anni e sei mesi circa a raddoppiare il capitale, senza contare la svalutazione
  3. un magnete da frigorifero che raffigura un faccione bianco a pois rossi, per la nostra collezione
Ho sprecato 10 minuti ma ... sentivo di doverlo come omaggio alla inconsapevole malcapitata.

Secondo l'ONU, per la prima volta nella storia dell'umanità, nel 2008 la popolazione urbana mondiale ha superato quella rurale (articolo su Repubblica). Inizio a pensare che sia la città stessa ci innervosisca, come può innervosire vivere in luogo non adatto alla vita umana.
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martedì, marzo 10, 2009

Pacchi alimentari, inizio 2009

Sentito in radio qualche giorno fa:
La provincia di Milano ha 3,5 ML di abitanti e la Croce Rossa distribuisce pacchi alimentari a 53 mila persone contribuendo, secondo il direttore della Croce Rossa milanese, a circa 1/3 della distribuzione totale di pacchi alimentari. Dunque, nella provincia più ricca d'Italia vivono circa 160 mila persone che dipendono dalla distribuzione dei pacchi alimentari; cioè una ogni 22.
Lo avreste mai detto?

Propongo una ronda utile: gruppi di cittadini che organizzino la distribuzione del cibo, e facendolo scoprano che c'è un mondo fuori dalle pareti dalle pareti di casa e dalle lamiere dell'automobile e che questo mondo è diverso dall'immagine trasmessa dalla TV.

Per saperne di più, c'è il sito del Banco Alimentare (anche se i dati risalgono al 2007).
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sabato, marzo 07, 2009

W le donne


Dalla definizione di Giornata Internazionale della Donna di Wikipedia:
L'idea di istituire una giornata internazionale della donna fu per la prima volta presa in considerazione all'alba del 20° secolo, quando la rapida industrializzazione e l'espansione economica portarono a molteplici proteste sulle condizioni di lavoro. La data dell'8 marzo deriva da una leggenda sorta fra i circoli comunisti francesi negli anni '50, secondo la quale alcune operaie di fabbriche tessili e di confezioni avrebbero condotto una di tali proteste l'8 marzo del 1857 nella città di New York per manifestare contro le precarie condizioni di lavoro e i bassi salari, ma furono attaccate e disperse dalla polizia.

Fra gli altri eventi storici commemora l'incendio della fabbrica Triangle (New York, 1911), dove 148 persone, la maggior parte donne immigrate (moltissime di origine italiana), persero la vita.

Nel 1910 si tenne la prima conferenza internazionale delle donne nell'ambito della seconda internazionale socialista a Copenaghen, nell'edificio del movimento operaio al 69 di Jagtvej la Folkets Hus (Casa del Popolo) chiamata poi "Ungdomshuset". Qui più di 100 donne rappresentanti di 17 paesi scelsero di istituire una festa per onorare la lotta femminile per l'ottenimento dell'uguaglianza sociale, chiamata Giornata internazionale della Donna.
L'anno seguente, la giornata mondiale della donna segnò oltre un milione di manifestanti in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera. Poco dopo il 25 marzo 1911 l'incendio della fabbrica Triangle uccise 148 lavoratori. L'insufficienza delle misure di sicurezza è considerata la causa dell'alto numero di morti. Questo portò molta attenzione sul tema della sicurezza sul lavoro, tema molto caro alle giornate internazionali della donna degli anni seguenti. Più tardi, all'inizio della prima guerra mondiale, le donne di tutta Europa tennero delle marce di pace l'8 marzo 1913.

La donne russe si ritrovarono a manifestare il 23 febbraio 1917 (l'8 marzo del calendario giuliano) per la morte di circa 2 milioni di soldati russi morti in guerra. Le proteste continuarono per vari giorni fintanto che lo Zar fu costretto ad abdicare ed il governo dovette concedere il diritto al voto anche alle donne. Da quell'anno la festa viene celebrata in una data fissa, mentre precedentemente era festeggiata l'ultima domenica di febbraio.

In Italia, nel secondo dopoguerra, la giornata internazionale della donna fu ripresa e rilanciata dall'UDI (Unione Donne Italiane) associando nel contempo alla data dell'8 marzo l'ormai tradizionale fiore della mimosa.
Facendo una ricerca con "8 Marzo" su Google si trova, nei primissimi risultati, una immagine di strip tease maschile, poi la pagina di Wikipedia e poi fiori e feste goliardiche in quantità. I blogger, nuovo fenomeno dei media, ne aprofittano per innumerevoli interventi più o meno seri ma, in genere, documentati e rispettosi.

Fatta la pace con la storia, che finalmente sta emergendo nella cultura popolare dopo anni di oblio, ci resta da fare la pace con le donne, con le loro stranezze, e la loro bellezza, con la collosità dell'affetto materno che come una bolla circonda chiunque si trovi nel raggio di uno strillo e la loro atavica difficoltà di comprendere il semplice e diretto linguaggio maschile.

La domenica, ogni tanto mi capita di ascoltare le donne al parco giochi parlare fitto fitto, in continuazione e, come fosse un tappeto sonoro, dire quasi niente. Ma buon Dio, ci sono! Parlano, guardano i bambini, tramano, si informano e stringono alleanze, mentre gli uomini sono a casa a brandire il telecomando.
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mercoledì, febbraio 18, 2009

Donare è anche ... regalarsi un giorno di vacanza

Si, lo so, abbiamo tutti molto da fare. L'azienda non può fare a meno di noi, l'ufficio piange, i progetti restano indietro e se deve avvenire una crisi, avverrà mentre siamo via.

Eppure ... eppure oggi mi sono regalato un giorno di vacanza a spese della comunità. Era tanto tempo che volevo farlo ma non trovavo il tempo, non sapevo a chi rivolgermi, temevo lunghe code in laboratori analisi ed i soliti orari assurdi per cui l'ufficio apre alle 8 e alle 9 di mattina smettono i prelievi. E anche, sopratutto, prendere un giorno di ferie.

Oggi mi sono alzato al solito orario. Ho fatto la doccia. Ho allattato, cambiato e vestita la Tamagotchi. Mi sono vestito da weekend con pantaloni a quadretti, maglioncino nero senza camicia e scarponcini da montagna. Ho fatto abbondante colazione con la Principessa mentre cullavo la tamagotchi con un piede e poi le ho accompagnate rispettivamente all'asilo e dalla tata.

La moglie, che andava nella mia stessa direzione, mi ha accompagnato in macchina fino all'ospedale San Raffaele dove c'è un centro per la donazione del sangue.

Superato il -mai risolto- problema del parcheggio, mi avvio nella direzione indicatami dai cartelli con le frecce: settore Dibit2 piano R.

L'ospedale è una struttura eccellente e formidabile. Il fondatore don Luigi Maria Verzè è stato chiacchierato a tempi alterni per l'amicizia con Craxi, per aver ospitato mafiosi, per aver ricevuto fondi a destra ed a manca, per aver espanso l'ospedale a spese del vicino parco senza i debiti permessi, e, ultimamente, per l'energico sostegno a Silvio Berlusconi. Ma qualunque sia la storia del fondatore, la struttura -che è posseduta da una fondazione ONLUS- è un raro esempio di efficienza, cortesia, pulizia, ottima organizzazione e attenzione per le strutture come per le persone.

Al piano R, un impiegato mi riceve con un ampio sorriso, compila velocissimo alcune carte mentre mi chiede i dati anagrafici. Mi da un tagliando numerato, mi fornisce una scheda da compilare e mi fa accomodare in una sala d'attesa.
La sala è arredata con alcuni tavolini da bar, un bancone con la macchina del caffè ed un espositore per pacchetti di biscotti, acqua, cornetti e financo panini da scaldare nell'apposito fornetto; tutto a libero servizio.
Alcune persone dall'aria rilassata leggono il giornale, prendono il caffè, parlano discretamente al cellulare.

Una giovane dottoressa con camice bianco e allegre calze multicolor mi chiama in studio, mi sottopone una lunghissima sfilza di domande, mi vista e mi spiega quali sono i miei doveri: avvisare se si prendono medicine, astenersi dalla donazione se si adottano comportamenti a rischio o se si viaggia in paesi stranieri, etc...

La dottoressa è gentile e mi spiga che il protocollo prevede anche l'elettrocardiogramma, ma viste le generalmente buone condizioni di salute potrei portarglielo anche in seguito, se adesso ho fretta. Spiego che sono disponibile a farlo subito e lei produce la richiesta per la cardiologia. Mi spiega che gli esiti degli esami e delle analisi mi verranno recapitati a casa nei prossimi giorni.

Mi avvio per il reparto cardiologia che trovo affollato ma immancabilmente tinteggiato di fresco, ordinato e pulitissimo. In una delle sale di attesa c'è un tavolino apparecchiato con una tovaglia di plastica a colori vivaci dove un gruppo di bambini gioca con fogli e matite colorate.
Consegno il foglio della richiesta ad un infermiera ed in 10 minuti scarsi sono di nuovo al centro donazioni.

Mi fanno accomodare su una poltrona sollevabile e inclinabile, come quelle del dentista. L'infermiere trova la vena e mi attacca ad una macchina che preleverà esattamente 400g di sangue B positivo.

Il prelievo dura una decina di minuti al termine dei quali mi alzo senza l'ombra di un giramento. Mi fermo in sala d'attesa dove prendo un caffè ed un cornetto con la marmellata. Leggo il la prima pagina di un giornale seduto al tavolo con una giovane signora con luminosi occhi azzurri e qualche capello grigio. Andando via la saluto e mi pento di non averle rivolto la parola, dato che mi è sembrato che se lo aspettasse.
Un impiegata, uscendo, timbra il permessino per l'ufficio che, di fatto, mi costringe ad un giorno di riposo dal lavoro.

E' una splendida giornata di sole. Rinuncio all'autobus e affronto a piedi i due km che mi separano da casa, attraversando il Golfo Agricolo -uno dei pochi luoghi rimasti verdi in un territorio molto sfruttato negli ultimi anni-. Il vento solleva i capelli, il sole scalda il viso ed i pensieri fluiscono liberamente in uno dei pochi momenti veramente liberi di cui riesco a godere da mesi.

Mi fermo al bar sotto un portico che si affaccia su un parco. Mentre sorseggio un latte macchiato, resto mezz'ora a guardare alcuni bambini che giocano sorvegliati dai nonni. Mangio un'altra brioche -devo pur recuperare il mio quasi mezzo litro, no?- e mi avvio verso casa.
Sono le 11.00, affetto tre zucchine e due melanzane da fare ai ferri e scrivo questo post mentre aspetto che il Troll torni affamato dalle scuole medie. Durante il pomeriggio mi occuperò dei bimbi, mentre il Troll farà i compiti e la moglie potrà dedicare al lavoro l'intero pomeriggio.

Ho donato il sangue e mi sono regalato una pregevole giornata. Lo consiglio a tutti! ... e mi domando come ho fatto a non farlo fino ad ora.

P.S. E dire che, secondo Panorama, in Italia manca mezzo milione di donatori. Pazzesco.
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martedì, febbraio 10, 2009

Il mio testramento biologico

Ci sono cose di cui si parla con difficoltà. Un po' per scaramanzia, un po' perché quando siamo (relativamente) giovani ci sentiamo immortali, e non consideriamo mai la possibilità che avvenga qualcosa di veramente doloroso e spiacevole, e ancor meno consideriamo che avvenga a noi stessi. Oddio, sappiamo coscientemente che potrebbe avvenire in ogni momento, ma preferiamo disinteressarcene.

Ebbene, io ora voglio pensarci e dire la mia su me stesso e su ciò che vorrei venisse fatto se dovesse avvenire ciò che spero non avvenga mai. Potrebbe accadere che un giorno io non possa parlare, non possa capire, non possa nutrirmi con le mie mani e la mia bocca. E' solo una possibilità, ma potrebbe succedere. Potrei non vedere, il mio corpo potrebbe essere provato dall'immobilità e segnato dalle piaghe da decubito, piaghe dolorose che non si rimarginano mai. Potrei non essere in grado di alzare una mano o neanche un dito. Eppure il mio cuore potrebbe ancora, insistentemente, battere. Alzato, abbassato, vestito, lavato, nutrito con un sondino di plastica, qualcuno potrebbe dichiararmi ancora vivo. Insomma potrei essere vivo di una vita che non comunica, che non gode del sesso, non gode del parlare, non gode del correre ma neanche del camminare, né può godere dell'arte e, infine, neanche del pensiero.

Se tutto questo dovesse succedere, se i dottori dovessero diagnosticare uno stato di coma irreversibile, io vorrei non essere più e desidero che i miei organi siano donati finchè possono ancora essere d'aiuto a qualcuno.

Non mi interessa se un papa, un pope o un mullah -che per me pari sono- si mettono a gridare all'omicidio. Non sono stato molto generoso nella mia vita e non lo sarò più di tanto neanche alla fine, ma desidero almeno non essere oltremodo di peso ai miei cari ed alla società, ma piuttosto rendermi utile, per almeno quel poco che mi sarebbe possibile.

Non mi importa neanche dei giochetti politici di fazioni politiche in cerca di identità, e neppure di arrogati atei devoti -sempre che questa espressione significhi qualcosa- alla ricerca di obiettivi verso cui lanciare i propri strali e dimentichi di ogni carità.

Men che meno mi interessano le dotte dissertazioni sul fatto che togliere l'alimentazione forzata si possa o meno definire accanimento terapeutico, non mi interessa neanche il modo in cui la mia dipartita dovrebbe avvenire, purchè non sia troppo doloroso, vorrei morire. Anzi, se la medicina mi consentirà di fare un ultimo bel viaggio, desidero farlo, fino alla fine.

Il sacrificio che chiedo alle persone che mi vogliono bene -moglie, figli o amici- è di battersi, nella legalità e nei canoni della democrazia, perchè il mio testamento venga rispettato.

Questo testamento biologico è una versione 20090210, ogni versione successiva da me redatta è da ritenersi sostitutiva della presente.
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giovedì, gennaio 01, 2009

Annunci ipocriti e controlli inesistenti

Raramente mi è capitato di leggere un articolo di giornale e condividerlo quasi parola per parola. Questo è proprio il caso.
Annunci Ipocriti
- I controlli sono inesistenti -
Siamo i gran maestri della teoria: la pratica è giudicata un' attività volgare. Nessun Paese d'Europa ha regole minuziose e severe come le nostre; nessuno è tanto svogliato e menefreghista quando si tratta di applicarle. Vale per il fisco, vale per gli appalti, vale per la velocità sulle autostrade. Vale per la guida ubriachi.
Leggo: «Non si potrà più
bere alcol se si vorrà guidare: basterà un tasso alcolico dello 0,2% (ora è 0,5%) per vedersi ritirare la patente!». Penso: ci risiamo. Davanti a un' emergenza, l' Italia non aumenta i controlli: inasprisce le sanzioni. L' apparenza è salva, e tutto continua come prima. Ogni giorno e ogni notte schianti e sangue e disperazione e famiglie distrutte e funerali in fotocopia e amici che piangono. Le tragedie arrivano nei telegiornali solo se muoiono cinque persone tutte insieme; ma le pagine dei giornali locali sono campisanti disseminati di fotografie. Comitive falciate alla fermata dell'autobus, famiglie annientate da mostri motorizzati. Vogliamo evitarlo? Non servono norme nuove; servono vecchi, banali, pedanti e ripetuti controlli. Senza controlli non c'è norma che tenga. Se è vero -ed è vero- che l'automobilista italiano ha una probabilità ogni 74 anni (!) d'essere fermato e costretto a soffiare nell'etilometro, che senso ha abbassare i limiti del tasso alcolico? L'impressione è che la politica -pigra e pavida per anni, di fronte alla richieste di lobbisti dell'alcol, ristoratori e discotecari- ora voglia mostrare di esserci, di indignarsi, di reagire. Lo faccia: ma non in questo modo ipocrita.
Giuliano Amato,
quand'era ministro dell'Interno, mi spiegò perché in Italia i controlli erano pochi: mancavano i soldi (per le pattuglie, gli straordinari, gli etilometri, la benzina extra). Da allora qualcosa è stato fatto, dal governo uscente e da quello entrante. Ma non basta. Non ci sono i soldi per pagare - come sarebbe giusto - quei poliziotti e quei carabinieri il cui compito è impedirci d' ammazzarci in auto. Abbassate il tasso alcolico, oppure lasciate quello attuale. Il problema non è questo. Un automobilista deve sapere che, uscendo da un locale notturno, ha molte probabilità di essere fermato. Fuori dal parcheggio, sulle statali, all'ingresso delle città. Come accade in Nord Europa, dove bevono di più e peggio di noi. Ma non si ammazzano come noi. Se i controlli non ci sono, il resto sono chiacchiere. Risparmiatecele. Siamo di fronte alla strage a puntate di una generazione. Una cosa troppo seria per decorarla di retorica.

Beppe Severgnini

sul Corriere della Sera del 16/12/2008
Ed è con grande vergogna di essere italiano che apprendo che il solito furbo ha trovato il cavillo per non pagare la multa del Tutor, che pure ha abbassato i morti in autostrada del 40% nei tratti in cui è installato. Speriamo che i ricorso dia ragione ad Autostrade, dimostrando per una volta almeno che l'Italia non è solo il paese dei furbetti.
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domenica, novembre 23, 2008

La (poca) soddisfazione di ciò che si possiede

In fondo anche Macchiavelli riconosceva che non è il possesso a rendere felici:
«La natura ha creato gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa e non possono conseguire ogni cosa: talchè essendo sempre maggiore il desiderio che la potenza dello acquistare, ne risulta la magra contentezza di quello che si possiede,
e la poca soddisfazione d' esso.
(Niccolò Macchiavelli) »
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mercoledì, novembre 12, 2008

Nero come Invisible man


Un caro amico, prete e missionario (di mé, che son ateo!) prima missionario in Italia è ora ad Haiti, da cui ci aggiorna con lo splendido blog Lambertission.
Una delle poche volte che ha avuto occasione di tornare mi ha raccontato che, andando in giro per Chicago, se saluta qualcuno che passa questo si ferma, saluta ed eventualmente scambia qualche parola di circostanza, prima di tirare dritto. Normale, insomma, come dovrebbe essere.
Si noti che, per inciso, Chicago è una delle città più pericolose degli USA e lui è nero, nero come la pece, non un po' abbronzato.

In Italia, in una tranquilla e ricca cittadina nella periferia di Milano, i passanti reagiscono al saluto abbassando la testa, guardando dall'altra parte e accelerando il passo.

Sembra quasi che essere neri, in Italia, renda trasparenti.

P.S. La fotografia è tratta dal film del 1933 L'uomo invisibile.
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domenica, ottobre 26, 2008

Il buonismo delle maestre non ha pagato!!!

Oggi l'amico Clapton mi ha raccontato dell'ansia da giro di email tra genitori di alunni di una classe di quarta elementare in uno dei quartieri bene di Milano.

La prima missiva si intitola "Il buonismo delle maestre non ha pagato!!!" e nel testo si possono trovare perle come "Quelli che si comportano male vanno colpevolizzati e puniti", e parliamo di bambini di 8 (otto) anni.

In risposta ne arriva un'altra "Sono 4 anni che andiamo avanti con questi problemi senza risolverli, non è possibile!" per arrivare all'affondo "dobbiamo assolutamente trovarci un'ora prima del consiglio di classe per decidere una linea comune!"

E così via altri 6 o 7:

  • "Hai ragione, sono con voi"
  • "Non è possibile continuare così"
  • "E' ora di risolvere"
  • ...

Dopo qualche giorno, solo una mamma risponde. Racconta di avere quattro figli e spiega come siano tutti diversi, con le loro peculiarità: il primo scavezzacollo, il secondo troppo timido e questo tranquillo (ndr. è il più bravo della classe, a sentire Clapton).
La mamma Tranquilla chiude la lettera domandando candidamente «qual è il problema per discutere il quale ci dobbiamo trovare fuori da scuola un'ora prima del consiglio?».

Nessuno risponde fino al giorno del gran consiglio in cui si scopre che, udite udite, un paio di bambini dicono le parolacce. Le parolacce, incredibile.

Un genitore pretende che alla classe venga assegnata una maestra di sostegno e, incredibile, la maestra risponde che francamente non vi è alcun bambino che necessita dell'insegnante supplementare; nonostante che le maestre abbiano nel loro DNA di iniziare ogni consiglio di classe con un pistolotto su quanto siano difficili questi bambini.

Clapton commenta che gli asini ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Cosa facciamo: gli spariamo? Facciamo classi separate?

A mia volta commento che, chissà perché i bambini "problematici" sono sempre maschi e i genitori che si lamentano sono quasi sempre genitori di femmine. ... in una scuola quasi completamente femminilizzata.

Annuisce.

Ma, infine, è un problema dei bambini o è un problema dei genitori?
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mercoledì, ottobre 15, 2008

Che disonore rinunciare al successo


Sergio Cofferati, detto il Cinese, non si ricandiderà a sindaco di Bologna per dedicare più tempo alla sua famiglia ed, in particolare, all'infanzia del proprio figlio (vedi articolo sul Corriere della Sera). Viva Cofferati!

In Italia desta scandalo e incredulità ma in Svezia era già successo che addirittura il premier non si ricandidasse per gli stessi motivi.

Cofferati (che abbia fatto bene o male come sindaco noi non lo sappiamo) non abbandona la vita politica ma chiede al partito di conferirgli un incarico che sia compatibile con la vita familiare, anche a rischio di perderci in reddito e in prestigio.

Sembrava ovvio che le madri dovessero fare queste scelte e altrettanto ovvio che fosse disonorevole per un uomo. Era ora che una persona che ricopre un incarico importante facesse questa scelta diventando un po' esempio per tutti. Evviva.
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Mi sento fortunato